Gente cortese, che quivi de intorno
Seti adunati sol per ascoltare,
Dio vi dia zoia a tutti, e ciascun giorno
Vostra ventura venga a megliorare;
Ed io cantando a ricontar ritorno
La bella istoria, e voglio seguitare
Ove io lasciai Marfisa sopra al piano,
Che è posta in caccia dietro allo Africano:

Dietro a quel ladro, io dico, de Brunello,
Che già dal re Agramante fu mandato
Per involar de Angelica lo annello;
Ma lui più fie' che non fu comandato,
Perché un destriero il falso ribaldello
De sotto a Sacripante avea levato,
Ed a Marfisa di man tolse il brando;
So che sapeti il tutto, e come, e quando.

E lei, che a meraviglia era superba,
Sì come già più volte aveti inteso,
L'avea seguito in quel gran prato de erba
Già da sei giorni, ed anco non l'ha preso;
Onde di sdegno la donzella acerba
Se consumava ne l'animo acceso,
Poi che con tante beffe e tanto scorno
Li agira il capo quel giottone intorno.

Perché, fuggendo e mostrando paura,
Gli stava avanti e non si dilungava;
Ed or, voltando per quella pianura,
Spesso alle spalle ancor se gli trovava;
E per mostrar di lei più poca cura,
La giuppa sopra al capo rivoltava,
E poi se alciava (intenditime bene)
Mostrando il nudo sotto dalle rene.

Il conte Orlando, che stava da parte
E cognosciuta avea prima Marfisa,
Mirando l'atto, ed esso e Brandimarte
Di quel giottone insieme fier' gran risa;
Ma la regina per forza o per arte
Pigliar pur vôl Brunello ad ogni guisa,
Per far de tanti oltraggi alfin vendetta:
E lui fuggendo sembra una saetta.

Fuggeva, spesso il capo rivoltando,
E truffava di lengua e delle ciglia.
Nel passar di traverso vidde Orlando,
E di torli qualcosa se assotiglia.
L'occhio gli corse incontinenti al brando,
Che fu già fatto con tal meraviglia
Da Falerina de Orgagna al giardino:
Brando nel mondo mai fu tanto fino.

Egli era bello e tutto lavorato
D'oro e de perle e de diamanti intorno:
Ben si serebbe il ladro disperato,
Se avuto non avesse il brando adorno.
Subitamente lo trasse da lato;
Mai non se vidde al mondo maggior scorno,
Ché 'l ladro passa e crida al conte: - Ascolta,
Io torno per il corno a l'altra volta. -

Del brando non se avidde alora il conte,
Ma alla minaccia sol del corno attese.
Quel corno de cui parlo, fu de Almonte,
Che il trasse a uno elefante in suo paese,
Poi lo perse morendo in Aspramonte
(Sì come io credo che vi sia palese),
Allor che Brigliadoro e Durindana
Acquistò Orlando sopra alla fontana.

Come la vita il conte l'avea caro,
Però lo prese prestamente in mano;
Ma non valse a tenerlo alcun riparo,
Tanto è malvaggio quel ladro Africano.
E ben che aponto io non sappia dir chiaro
Come passasse il fatto in su quel piano,
Pur vi concludo senza diceria
Che 'l ladro tolse il corno e fuggì via.

Benché Marfisa l'ha sempre seguito,
Lui ne va via col corno e con la spata.
Quivi rimase il conte sbigotito,
Né sa come la cosa sia passata.
Già de sua vista è quel ladro partito,
Con Marfisa alle spalle tutta fiata;
Né lui, né Brandimarte ormai lo vede,
Né lo posson seguir, ché sono a piede.