Ma sino ad or non gli è venuto fatto,
Benché ha pigliate già gente cotante,
Che io non potrei contarle a verun patto.
Fovi preso un Grifone e uno Aquilante,
Ed uno Astolfo a quel laccio fu tratto,
E fu preso un Ranaldo poco avante,
E seco un altro giovane garzone;
Se ben ramento, egli ha nome Dudone.

L'altra gente ch'è presa, è molta troppa,
Né mi basta a contarli lo argumento;
Tutti son scritti là sotto la poppa,
E legger vi si pôn, chi n'ha talento.
Ma tante foglie non lascia una pioppa
Là nel novembre, quando soffia il vento,
Quanti ènno e cavallier che quel gigante
Fatto ha condur pregioni a Manodante. -

Mentre che quel paron così parlava,
Orlando dentro se turbò nel core,
Perché color che costui nominava
Della Cristianitate erano il fiore,
Ed egli ad uno ad un tutti gli amava,
Ed avea di sua presa gran dolore;
E destinò tra sé quel franco sire
De trargli di prigione, o de morire.

E poi che quel paron si stette queto,
Che alcun di lor più non stava ascoltare,
Parlò con Brandimarte di secreto,
A lui dicendo ciò che voglia fare;
Poi mostrandosi il conte in volto lieto
Prega il paron che lo voglia portare
Avanti al re, però che al suo comando
Gli dava il cor de appresentargli Orlando.

E così, navicando con bon vento,
Fôrno condutti a l'Isole Lontane;
E quei duo cavallier pien de ardimento
Al re s'appresentarno una dimane
Sopra una sala, che d'oro e d'argento
Era coperta de figure strane;
Ché ciò che è in terra e in mare e nel celo alto,
Là dentro era intagliato e posto a smalto.

Lor fierno la proposta a Manodante,
Contando che per sua deffensïone
Balisardo avean morto, il fier gigante,
Promettendoli Orlando dar pregione.
Per questo gli fu fatto bon sembiante
Ed alloggiati fôrno a una maggione
Ricca, adobbata, lì presso al palagio,
Ove si sterno con diletto ad agio.

Era con seco la falsa donzella,
Ché 'l conte non la volse mai lasciare,
Qual è tanto fallace e tanto bella,
Quanto di sopra odesti racontare.
Or questa intese tutta la novella
Dal conte Orlando, e ciò che dovea fare,
Perché qualunche a cui se porta amore
Tra' gli secreti insin de mezo il core.

Or questa dama assai Grifone amava
(So che il sapeti, ché già lo contai),
E di vederlo tutta sfavillava,
Né d'altro pensa giorno e notte mai;
E ben sa che in pregione ora si stava.
Ma questo canto è stato lungo assai:
Posati alquanto e non fati contese,
Che a dir nell'altro io vi serò cortese.

Canto decimosecondo

Stella de amor, che 'l terzo cel governi,
E tu, quinto splendor sì rubicondo,
Che, girando in duo anni e cerchi eterni,
De ogni pigrizia fai digiuno il mondo,
Venga da' corpi vostri alti e superni
Grazia e virtute al mio cantar iocondo,
Sì che lo influsso vostro ora mi vaglia,
Poi ch'io canto de amor e di battaglia.