L'uno e l'altro esercizio è giovenile,
Nemico di riposo, atto allo affanno;
L'un e l'altro è mestier de omo gentile,
Qual non rifuti la fatica, o il danno;
E questo e quel fa l'animo virile,
A benché al dì de ancòi, se io non m'inganno,
Per verità de l'arme dir vi posso
Che meglio è il ragionar che averle in dosso,

Poi che quella arte degna ed onorata
Al nostro tempo è gionta tra villani;
Né l'opra più de amore anco è lodata,
Poscia che in tanti affanni e pensier vani,
Senza aver de diletto una giornata,
Si pasce di bel viso e guardi umani;
Come sa dir chi n'ha fatto la prova,
Poca fermezza in donna se ritrova.

Deh! non guardate, damigelle, al sdegno
Che altrui fa ragionar come gli piace;
Non son tutte le dame poste a un segno,
Però che una è leal, l'altra fallace;
Ed io, per quella che ha il mio core in pegno,
Cheggio mercede a tutte l'altre e pace;
E ciò che sopra ne' miei versi dico,
Per quelle intendo sol dal tempo antico:

Come Origilla, quella traditrice,
Qual per aver Grifone in sua balìa
(Ché il cor gli ardea d'amor ne la radice)
A Manodante andò, la dama ria;
E ciò che Orlando a lei secreto dice
Per trar fuor quei baron de pregionia,
E le cose ordinate tutte quante,
Lei le rivela e dice a Manodante.

Quando il re intese che quivi era Orlando,
Nella sua vita mai fu più contento.
Se stesso per letizia dimenando,
Già parli avere il figlio a suo talento;
Ma poi nella sua mente anco pensando
Del cavallier la forza e lo ardimento,
Comprende bene e già veder gli pare
Che nel pigliarlo assai serà che fare.

Alla donzella fece dar Grifone,
Sì come a lei promesso avea davante,
Ma lui non volse uscir mai de prigione,
Se seco non lasciava anco Aquilante;
E fu lasciato a tal condizïone,
Che loro ed Origilla in quello istante
Si dipartin dal regno alora alora,
Senza più fare in quel loco dimora.

Così lor se partirno a notte oscura:
Ancor vi contarò del suo vïaggio.
Or torno a Manodante, che ha gran cura
D'aver quel cavallier senza dannaggio,
Perché di sua prodezza avea paura;
Onde fece ordinare un beveraggio,
Che dato a l'omo subito adormenta
Sì come morto, e par che nulla senta.

A quei baron, che non avean sospetto,
Fu meschiato nel vino a bere a cena,
E poi la notte fôr presi nel letto
E via condotti, né il sentirno a pena;
Però che 'l beveraggio che io vi ho detto,
Sì gli avea tolto del sentir la lena,
Che fôr portati per piedi e per mane,
Né mai svegliarno insino alla dimane.

Quando se avidder poi quella matina
In un fondo di torre esser legati,
Ben se avisarno che quella fantina
Li avea traditi, essendosi fidati.
- O re del celo, o Vergine regina, -
Diceva il conte - non me abandonati! -
Chiamando tutti e Santi ch'egli adora,
Quanti n'ha il celo e poi degli altri ancora.

E come se amentava de pittura
A Roma, in Francia, o per altra provenzia,
A quella facea voto, per paura,
De digiunare, o de altra penitenzia.
Esso avea a mente tutta la Scrittura,
De orazïon e salmi ogni scïenzia;
Ciò che sapea, diceva a quella volta,
E Brandimarte sempre mai l'ascolta.