Quel che là fece, contarò da poi,
Se la istoria ascoltati tutta quanta:
Ora ritorno a Manodante e' soi.
Chi mena zoia, chi suona e chi canta;
Chi promette a Macon pecore e boi.
Chi darli incenso e chi argento si vanta,
Se gli concede di veder quel giorno
Che Zilïante a lor faccia ritorno.
Nome avea il giovanetto Zilïante,
Come di sopra in molti lochi ho detto.
A quelle feste che io dico cotante,
Ne la cità per zoia e per diletto
Accese eran le torre tutte quante
De luminari; e su per ciascun tetto
Suonavan trombe e corni e tamburini,
Come il mondo arda e tutto il cel ruini.
Era là preso Astolfo del re Otone
Con altri assai, sì come aveti odito,
E benché fosse al fondo de un torione,
Pur quello alto rumore avea sentito,
E de ciò dimandando la cagione
A quel che per guardarli è stabilito,
Colui rispose: - Io vi so dir palese
Che indi uscirete in termine de un mese.
E voglio dirvi il fatto tutto intiero,
Perché più non andati dimandando.
Al nostro re non fa più de mistiero
La presa de' baroni andar cercando,
Però che in corte è preso un cavalliero,
Qual per il mondo è nominato Orlando;
Or potrà aver per contracambio il figlio,
Che è ben di nome e di bellezza un ziglio.
Ma bene è ver che un cavallier pagano,
Qual mostra esser di lui perfetto amico,
Lasciato fu dal nostro re soprano,
E tornar debbe al termine ch'io dico,
E menar Zilïante a mano a mano,
Benché io non stimo tal promessa un fico;
Ma il re certo avrà il figlio a suo comando,
Se in contraccambio là vi pone Orlando. -
Astolfo se mutò tutto di faccia
E più di core, odendo racontare
Che il conte era pur gionto a quella traccia,
E il guardïano alor prese a pregare,
- German, - dicendo - per Macon ti piaccia
Una ambasciata a l'alto re portare,
Che sua corona in ciò mi sia cortese,
Ch'io veda Orlando, che è di mio paese. -
Sempre era Astolfo da ciascuno amato,
Or non bisogna ch'io dica per che;
Onde il messaggio subito fu andato,
E l'ambasciata fece ben al re.
Già Brandimarte prima era lasciato,
Entro una zambra sopra a la sua fè,
Ma disarmato; e sempre mai de intorno
Stava gran guarda tutta notte e 'l giorno.
Il re ne viene a lui piacevolmente,
E dimandò chi fosse Astolfo e donde;
Turbosse Brandimarte ne la mente,
E, pur pensando, al re nulla risponde,
Perché cognosce ben palesemente
Che, come è giorno, indarno se nasconde,
Onde sua vita tien strutta e diserta,
Poi che la cosa al tutto è discoperta.
Al fin, per più non far di sé sospetto,
Disse: - Io pensava e penso tuttavia
S'io cognosco l'Astolfo de che hai detto,
Né me ritorna a mente, in fede mia,
Se non ch'io vidi già in Francia un valletto,
Qual pur mi par che cotal nome avia;
Stavasi in corte per paccio palese,
E nomato era il gioculare Anglese.
Grande era e biondo e di gentile aspetto,
Con bianca faccia e guardatura bruna;
Ma egli avea nel cervello un gran diffetto,
Perché d'ognior che scemava la luna,
Divenia rabbïoso e maledetto,
E più non cognoscea persona alcuna,
Né alor sapea festar, né menar gioco:
Ciascun fuggia da lui come dal foco. -