Diceva il re: - Tenitelo ben stretto,
Però che 'l mal li cresce tutta via. -
Ora ad Astolfo pur crebbe il dispetto,
E fu salito in tanta bizaria,
Che minacciava a roïnar il tetto,
E tutta disertar la Pagania,
E cinquecento miglia intorno intorno
Menare a foco e a fiamma in un sol giorno.

Comandò il re che via fosse condutto;
Ma quando lui se vidde indi menare
Ed esser reputato paccio al tutto,
Cominciò pianamente a ragionare.
Dapoi che non aveva altro redutto,
Con voce bassa il re prese a pregare
Che ancor non fusse de quindi menato,
E mostrarebbe a lui che era ingannato;

Però che, se mandava alla pregione,
E facesse Ranaldo qua venire,
O veramente il giovane Dudone,
Da lor la verità potrebbe odire;
E che lui volea stare al parangone,
E se mentisse, voleva morire,
Ed esser strascinato a suo comando,
Ché questo è Brandimarte e non Orlando.

Il re, pur dubitando esser schernito,
Cominciò Brandimarte a riguardare,
Il quale, in viso tutto sbigotito,
Lo fece maggiormente dubitare.
Il cavallier, condutto a tal partito
Che non potea la cosa più negare,
Confessa per se stesso aver ciò fatto,
Acciò che Orlando sia da morte tratto.

Il re di doglia si straziava il manto
E via pelava sua barba canuta,
Per il suo figlio ch'egli amava tanto;
De averlo è la speranza ormai perduta.
Ne la cità non se ode altro che pianto,
E la allegrezza in gran dolor se muta;
Crida ciascun, come di senno privo,
Che Brandimarte sia squartato vivo.

Fu preso a furia e posto entro una torre,
Da piedi al capo tutto incatenato;
In quella non se suole alcun mai porre
Che sia per vivo al mondo reputato.
Se Dio per sua pietate non soccorre,
A morir Brandimarte è iudicato.
Astolfo, quando intese il conveniente
Come era stato, assai ne fu dolente.

E volentier gli avria donato aiuto
De fatti e de parole a suo potere,
Ma quel soccorso tardo era venuto,
Sì come fa chi zanza oltra al dovere.
Quel gentil cavalliero ora è perduto
Per sue parole e suo poco sapere;
Or qui la istoria de costor vi lasso,
E torno al conte, ch'è gionto a quel passo:

Al passo di Morgana, ove era il lago
E il ponte che vargava la rivera.
Il conte riguardando assai fu vago,
Ché più Aridano il perfido non vi era.
Così mirando vidde morto un drago,
Ed una dama con piatosa ciera
Piangea quel drago morto in su la riva,
Come ella fusse del suo amante priva.

Orlando se fermò per meraviglia,
Mirando il drago morto e la donzella,
Che era nel viso candida e vermiglia.
Ora ascoltati che strana novella:
La dama il drago morto in braccio piglia,
E con quello entra in una navicella,
Correndo giù per l'acqua alla seconda,
E in mezo il lago aponto se profonda.

Non dimandati se il conte avea brama
Di saper tutta questa alta aventura.
Ora ecco di traverso una altra dama
Sopra de un palafreno alla pianura.
Come ella vidde il conte, a nome il chiama
Dicendo: - Orlando mio senza paura,
Iddio del paradiso ha ben voluto
Che qua vi trovi per donarmi aiuto. -