Quivi trovò la sedia che Ranaldo
Avea portata già sino alla uscita;
Ora a contarvi più non mi riscaldo
Di questa cosa, ché l'avete odita.
Il conte uscì della piazza di saldo
E gionse nel giardino alla finita,
Ove abita Morgana e fa suo stallo,
Ed è partito al mezo de un cristallo.

Apresso a quel cristallo è la fontana
(Quel loco un'altra fiata ho ricontato);
A questa fonte ancor stava Morgana,
E Zilïante avea resucitato,
E tratto fuor di quella forma strana.
Più non è drago, ed omo è ritornato;
Ma pur per tema ancora il giovanetto
Parea smarito alquanto nello aspetto.

La fata pettinava il damigello,
E spesso lo baciava con dolcezza;
Non fu mai depintura di pennello
Qual dimostrasse in sé tanta vaghezza.
Troppo era Zilïante accorto e bello,
Ed esso è in volto pien di gentilezza,
Ligiadro nel vestire e dilicato,
E nel parlar cortese e costumato.

Però prendea la fata alto solaccio
Mirando come un specchio nel bel viso,
E così avendo il giovanetto in braccio
Gli sembra dimorar nel paradiso.
Standosi lieta e non temendo impaccio,
Orlando gli arivò sopra improviso,
E come quello che l'avea provata,
Non perse il tempo, come a l'altra fiata;

Ma nella gionta diè de mano al crino,
Che sventillava biondo nella fronte.
Alor la falsa con viso volpino,
Con dolci guardi e con parole pronte
Dimanda perdonanza al paladino
Se mai dispetto gli avea fatto on onte,
E per ogni fatica in suo ristoro
Promette alte ricchezze e gran tesoro.

Pur che gli lascia il giovanetto amante,
Promette ogni altra cosa alla sua voglia;
Ma il conte sol dimanda Zilïante
E stima tutto il resto una vil foglia.
Or chi direbbe le parole tante,
Il lamentare e i pianti pien di doglia,
Che faceva Morgana in questa volta?
Ma nulla giova: il conte non l'ascolta.

Ed ha già preso Zilïante a mano,
E fora del giardin con esso viene,
Né della fata teme incanto istrano,
Poi che nel zuffo ben presa la tiene.
Lei pur se dole e se lamenta invano,
E non trova soccorso alle sue pene;
Ora lusinga, or prega ed or minazza,
Ma il conte tace e vien dritto alla piazza.

Quella passarno, e cominciarno a gire
Su per la scala e tra que' sassi duri,
E quando furno a ponto per uscire
Fuor della porta e de quei lochi oscuri,
Allora il conte a lei cominciò a dire:
- Vedi, Morgana, io voglio che mi giuri
Per lo Demogorgone a compimento
Mai non mi fare oltraggio o impedimento. -

Sopra ogni fata è quel Demogorgone
(Non so se mai lo odisti racontare),
E iudica tra loro e fa ragione,
E quello piace a lui, può di lor fare.
La notte se cavalca ad un montone,
Travarca le montagne e passa il mare,
E strigie e fate e fantasime vane
Batte con serpi vive ogni dimane.

Se le ritrova la dimane al mondo,
Perché non ponno al giorno comparire,
Tanto le batte a colpo furibondo,
Che volentier vorian poter morire.
Or le incatena giù nel mar profondo,
Or sopra al vento scalcie le fa gire,
Or per il foco dietro a sé le mena,
A cui dà questa, a cui quella altra pena.