E quivi la cognobbe per germana,
Abbracciandosi insieme con gran festa,
E ramentando a lei l'erba soprana
Che già l'avea guarito della testa,
Quando Marfusto a lato alla fontana
L'avea ferito con tanta tempesta;
Ed altre cose assai che io non diviso
Dicean tra lor con festa e zoia e riso.
Dapoi che molti giorni fôr passati,
Che tutti consumarno in suono e in danza,
Dudone una matina ebbe chiamati
Tutti quei cavallieri in una stanza,
Narrando a loro e populi adunati
Con Agramante per passare in Franza,
E come era già armato mezo il mondo
Per por re Carlo e i Cristïani al fondo.
Ranaldo e Astolfo s'ebbe a proferire
Alla difesa de Cristianitate,
Per la sua fede e legge mantenire,
Insin che in man potran tenir le spate.
Seco non volse Orlando allora gire,
Né so dir la cagione in veritate,
Se non ch'io stimo che superchio amore
Li desviasse da ragione il core.
Il dipartir di lor non fu più tardo;
Passarno insieme il mare a mano a mano.
Ranaldo salì poi sopra a Baiardo,
E 'l duca Astolfo sopra Rabicano.
Orlando a Brandimarte fie' riguardo,
E molto il prega con parlare umano
Che ritornasser Zilïante ed esso
A star col patre, che ha la morte apresso.
Ma non si trova modo né ragione
Che Brandimarte voglia ritornare;
Pur Zilïante se piegò; il garzone
Di novo a Damogir tornò per mare.
E Brandimarte è salito in arcione,
Ché Orlando mai non vôle abandonare;
Ambi passarno via quel tenitoro
Sino al castello ove era Brigliadoro.
Al conte fu il destrier restituito,
E fatto molto onor dal castellano.
Il duca Astolfo prima era partito,
E Dudon seco e il sir de Montealbano.
Quel figlio del re Otone era guarnito
De l'arme d'oro, e la sua lancia ha in mano,
E cavalcando gionse una matina
Al castel falso de la fata Alcina.
Alcina fu sorella di Morgana,
E dimorava al regno de gli Atàrberi,
Che stanno al mare verso tramontana,
Senza ragione immansueti e barberi.
Lei fabricato ha lì con arte vana
Un bel giardin de fiori e de verdi arberi,
E un castelletto nobile e iocondo,
Tutto di marmo da la cima al fondo.
E tre baroni, come aveti odito,
Passarno quindi acanto una matina,
E mirando il giardin vago e fiorito,
Che a riguardar parea cosa divina,
Voltarno gli occhi a caso in su quel lito
Ove la fata sopra alla marina
Facea venir con arte e con incanti
Sin fuor de l'acqua e pesci tutti quanti.
Quivi eran tonni e quivi eran delfini,
Lombrine e pesci spade una gran schiera;
E tanti ve eran, grandi e piccolini,
Ch'io non so dire il nome o la manera.
Diverse forme de mostri marini,
Rotoni e cavodogli assai vi ne era;
E fisistreri e pistrice e balene
Le ripe aveano a lei d'intorno piene.
Tra le balene vi era una maggiore,
Che apena ardisco a dir la sua grandeza,
Ma Turpin me assicura, che è lo autore,
Che la pone due miglia di lungheza.
Il dosso sol de l'acqua tenea fuore,
Che undici passi o più salia d'alteza,
E veramente a' riguardanti pare
Un'isoletta posta a mezo il mare.