Ranaldo e Rodamonte alla frontiera
Se vederanno insieme appresentati,
E la battaglia andar schiera per schiera;
Ma stati un poco quieti, ed aspettati,
Ché io vo' prima tornar là dove io era,
De' duo baron che al mare erano intrati.
S'io non me inganno, doveti amentare
Che Ranaldo e Dudone entrarno in mare,
Dietro ad Astolfo che su la balena
Avanti era portato per incanto.
Dudon le gambe per quelle onde mena,
E già per l'acque avea seguìto tanto,
Che ormai più non vedea Ranaldo apena,
E fu per ruïnare in tristo pianto,
Però che il suo destrier per più non posso
Trabuccò al fondo e portòl seco adosso.
E nel cader che fie'il giovane arguto
Fece a sé sopra il segno de la croce,
E cridò: - Matre pia, donami aiuto! -
Ranaldo se rivolse a quella voce,
E quasi il pose al tutto per perduto.
Ora diversa doglia al cor gli coce:
Astolfo avante a lui via ne è portato,
Alle sue spalle è questo altro affondato.
Pure il periglio grande de Dudone
Il fece adietro rivoltar Baiardo;
Come pesce natava quel ronzone
Per la marina, tanto era gagliardo.
Quando fu gionto dove era il garzone,
Non bisognava che fusse più tardo,
Ché ormai più non puoteva trare il fiato;
Ben sapea dir se il mare era salato.
Ranaldo fuor d'arcione il tolse in braccio,
E portòl sopra 'l litto alla sicura,
E poi che questo ha tratto fuor de impaccio,
Di seguitare Astolfo prese cura.
Ma la balena era ita un tanto spaccio,
Che a riguardar sì longe era paura,
E l'aria cominciò di farsi bruna,
Soffiando il vento e gelo e gran fortuna.
Con tutto ciò Ranaldo vôle entrare,
Ma Prasildo facea molta contesa;
Dudone, Iroldo sì seppon pregare,
Che al fin piangendo abandona la impresa.
Stasse nel litto e non sa che si fare,
Poi che non trova al suo cugin diffesa;
Il mar più leva l'onde, e giù dal cielo
Cade tempesta ed acqua con gran gelo.
Ora sappiati che questa roina,
Qual par che tutto il mondo abbia a sorbire,
Era ad incanto fatta per Alcina,
Perché alcun altro non possa seguire.
Or vo' lasciare Astolfo alla marina,
Di lui poi molte cose avremo a dire;
Torno a Ranaldo, che in su la riviera
Sol se lamenta e piange e se dispera.
Da poi che molto in quel litto diserto
Fu stato a lamentar, come io ve ho detto,
Con quella pioggia adosso, al discoperto,
Ché ivi non era né loggia, né tetto,
E lui non era del paese esperto,
Però che mai non fu per quel distretto,
Pur, seguitando a lato alla marina,
Verso ponente più giorni camina.
Li Atàrberi passò, gente inumana,
Di qua da loro il monte de Corubio,
E per la Tartaria venne alla Tana.
Quel che là fiesse, Turpin pone in dubio,
Se non che gionse nella Transilvana,
E passò ad Orsua il fiume del Danubio,
Giongendo in Ongheria quella giornata,
Ove trovò gran gente insieme armata.
Era adunata quella guarnisone
Di gente ardita e forte alla sembianza,
Perché Otachier, figliol de Filippone,
Era assembrato per passare in Franza,
Ché l'avea già richiesto il re Carlone,
Sentendo d'Agramante la possanza.
Quel re mandava il figlio, com'io dico,
Perch'era infermo ed anco molto antico.