Cotal se mosse allora quel pagano,
Sopra a' Lombardi tutto se abandona,
E ben si sbarattò presto quel piano,
Né vi rimase de intorno persona.
Gli omini e l'arme taglia ad ogni mano,
Della ruina il ciel tutto risuona,
Perché scudi ferrati e piastre e maglia
Spezza e fracassa a quella aspra battaglia.
De la sua gente ognior cresce la folta,
Che venne prima in fuga e sbigotita.
Ora torna cridando: - Volta! Volta! -
E sopra a' Cristïan se mostra ardita.
Intorno al franco re tutta è ricolta;
Ma nostra gente quasi era stordita,
Mirando il saracin cotanto audace;
De' suoi gran colpi non si puon dar pace.
Nel campo de' Lombardi è un cavalliero
Nato di Parma, e nome ha Rigonzone,
Forte oltra modo e di natura fiero,
Ma non avea né senno né ragione.
Da morte a vita avea poco pensiero;
Ov'è il periglio e la destruzïone,
E dove il scampo apena se ritrova,
Più volentier si pone a far sua prova.
Costui, veggendo il forte saracino
Che sopra al campo mena tal tempesta,
Non lo stimando più che un fanciullino,
Gli sprona adosso con la lancia a resta.
Cridando: - A terra! a terra! - in sul camino
A ritrovar l'andò testa per testa;
Ruppe sua lancia, che è grosso troncone,
Ed urta via nel corso del ronzone.
Col petto del ronzone urta il pagano
A briglia abandonata l'animoso,
E ben credette trabuccarlo al piano,
Ma troppo è Rodamonte ponderoso.
Nel freno al gran destrier dette di mano,
E quel ritenne al corso furïoso;
Perciò non stette Rigonzone a bada:
Rotta la lancia, ha già tratta la spada.
Lasciata avea la briglia, e ad ambe mano
Feritte il saracin di tutta possa,
Ma ciascun colpo adosso a quello è vano;
Quella pelle del drago è tanto grossa,
Che da possanza o da valore umano
Non teme taglio, o ponta, né percossa.
Mentre ch'a lo Africano il colpo tira,
Lui prende il suo destriero e intorno il gira.
E poi che l'ebbe alquanto regirato,
Con furia via lo trasse di traverso,
E quello andò per caso in un fossato,
E sopra Rigonzon cadde riverso.
Lasciamo lui, che vivo è sotterrato,
E ritorniamo al saracin diverso,
Che abatte sopra al campo ogni persona.
Ecco afrontato ha il conte di Cremona,
Dico Arcimbaldo, il fio de Desiderio,
Che vien col brando in mano alla distesa,
Giovane ardito e degno de uno imperio,
Ed atto a trare a fine ogni alta impresa;
Né già gli attribuisco a vituperio
Se fu perdente di questa contesa,
Perché quel saracino ha tal possanza,
Che tutti gli altri di prodezza avanza.
Egli abatte Arcimbaldo de l'arcione,
Ferito crudelmente nella testa.
Or se incomincia la destruzïone
Di nostra gente e l'ultima tempesta;
E destrier morti insieme e le persone
Cadeno al campo, e quel pagan non resta
Menare il brando da la cima al basso:
Battaglia non fu mai di tal fracasso.
Ranaldo che nel monte era venuto,
E Dudon seco e 'l giovene Otachieri,
Quasi per maraviglia era perduto,
Mirando del pagano e colpi fieri,
E ben s'avede che bisogna aiuto;
Né porre indugia vi facea mestieri,
Ché de ogni parte è persa la speranza,
Rotti e Lombardi, e fuggian quei di Franza.