Le lor bandiere al campo sanguinoso
Squarzate a pezzi se vedeano andare;
Nel mezo è Rodamonte il furïoso,
Che sembra un vento di fortuna in mare,
Ed ha quel brando sì meraviglioso,
Qual già Nembroto fece fabricare,
Nembroto il fier gigante, che in Tesaglia
Sfidò già Dio con seco a la battaglia.
Poi quel superbo per la sua arroganza
Fece in Babel la torre edificare,
Ché de giongere in celo avea speranza,
E quello a terra tutto ruïnare.
Costui, fidando nella sua possanza,
Il brando de cui parlo, fece fare,
Di tal metallo e tal temperatura
Che arme del mondo contra a lui non dura.
Re Rodamonte nacque di sua gesta,
E dopo lui portò quel brando al fianco,
Qual mai non fu portato in altra inchiesta,
Perché ogni altro portarlo venìa stanco,
Né di brandirlo alcuno avia podesta;
E 'l suo patre Ulïeno, ardito e franco,
Benché di sua bontade avesse inteso,
L'avea lasciato per superchio peso.
Or, come io dico, Rodamonte il porta,
E sopra al campo mena tal ruina,
Che avea più gente dissipata e morta,
Che non han pesci e fiume e la marina;
E gli altri tutti, senza guida e scorta,
Per monti e per valloni ogniom camina;
Pur che si toglia a lui davanti un poco,
Non guarda ove se vada, o per qual loco.
Ranaldo che era gionto alla montagna,
Mirando giuso la sconfitta al basso,
Ché già de morti è piena la campagna
E gli altri vòlti in fuga a gran fraccasso,
Forte piangendo quel baron se lagna,
- Ahimè, - dicendo sconsolato e lasso,
- Che io non spero più mai de aver conforto!
Tra quella gente il mio segnore è morto!
Or che debbo più far, tristo, diserto,
Che certamente morto è il re Carlone?
Già pur in qualche guerra io sono esperto,
E mai non vidi tal destruzïone.
Re Carlo è là giù morto, io so di certo,
E debbe avere apresso il duca Amone,
Che gli portava sì fidele amore;
Io so che occiso è apresso al suo segnore.
Ove è il franco Oliviero, ove è il Danese,
Re di Bertagna, il duca di Baviera?
Ove la falsa gesta maganzese,
Che si mostrava sì superba e altiera?
Alcun non vedo che faccia diffese,
Né sola al campo ritta una bandiera.
Tutti son morti, e non potria fallire;
Ed io con seco al campo vo' morire.
Né so stimar chi sia quello Africano,
Che occiso ha nostre gente tutte quante,
Se forse non è il figlio di Troiano,
Re di Biserta, che ha nome Agramante.
Sia chi esser vôle, io vado a mano a mano
Ad affrontarme con quello arrogante;
Voi, Otachiero, e tu, Dudon mio caro,
Prendèti a nostra gente alcun riparo;
Ché io callo al campo come disperato,
E son senza intelletto e coscïenza.
O tu, mio Dio, che stai nel cel beato,
Donami grazia nella tua presenza;
Ché io te confesso che molto ho fallato,
Ed or ritorno a vera penitenza.
La fede che io ti porto, ormai mi vaglia,
Ch'io son senza il tuo aiuto una vil paglia. -
Così parlava quel baron gagliardo,
Piangendo tutta volta amaramente;
Giù della costa sprona il suo Baiardo,
E batte per furor dente con dente.
Tornarno e due compagni senza tardo,
Per condur sopra al poggio l'altra gente;
Ma il pro' Ranaldo menando tempesta
Gionse nel campo e pose l'asta a resta.