Ver Rodamonte abassa la sua lanza,
E ben l'avea nel campo cognosciuto,
Ché tutto il petto sopra agli altri avanza,
Ne la sua faccia orribile ed arguto,
E gli occhi avea di drago alla sembianza.
Or vien Ranaldo, e colse a mezo il scuto
Con quella lancia sì nerbuta e grossa
Che avria gettato un muro alla percossa.

Un muro avria gettato il fio de Amone,
Con tal furore è dal destrier portato,
E gionse Rodamonte nel gallone,
E roverso il mandò per terra al prato.
Come caduto fosse un torrïone,
O il iugo de un gran monte roïnato,
Cotal parve ad odir quel gran fraccasso,
Quando giù cadde l'Africano al basso.

Non si puotria contar l'alta roina,
Ché suonâr l'arme che ha il pagano in dosso,
E tremò il campo insino alla marina
Di quel gran busto quando fu percosso.
Or se mosse la gente saracina,
Tutti a Ranaldo s'aventarno addosso;
Per aiutare il suo segnor ch'è a terra,
Adosso de Ranaldo ogniom si serra.

Lui già del fodro avea tratto Fusberta,
E dà tra lor, ché non gli stima un fico;
De prima urtata ha quella schiera aperta,
Né discerne il parente da lo amico,
Perché la gente misera e diserta
Taglia senza rispetto, come io dico;
A chi la testa, a chi rompe le braccia:
Non dimandar se intorno al campo spaccia.

Ma Rodamonte, la anima di foco,
Di novo si era in piedi redricciato,
E per grande ira non trovava loco,
Chiamandosi abattuto e vergognato.
Già tutta la sua gente a poco a poco,
Rotta per forza, abandonava il prato,
Quando vi gionse il superbo Africante,
Ed a Ranaldo se oppose davante.

A prima gionta de la spada mena
Giù per le gambe del destrier Baiardo,
E quel ronzon scappò de un salto a pena,
Né bisognava che fusse più tardo;
E Rodamonte il suo brando rimena
A gran roina, e non pone riguardo
De giongere a cavallo o cavalliero;
Tanto è turbato e disdegnoso il fiero.

- Ahi falso saracin, - disse Ranaldo
- Che mai non fusti di gesta reale!
Non ti vergogni, perfido, ribaldo,
Ferir del brando a sì digno animale?
Forse nel tuo paese ardente e caldo,
Ove virtute e prodezza non vale,
De ferire il destriero è per usanza;
Ma non se adopra tal costume in Franza. -

Parlò Ranaldo in lenguaggio africano,
Onde ben presto il saracin lo intese,
E disse: - Per ribaldo e per villano
Non ero io cognosciuto al mio paese;
Ed oggi dimostrai col brando in mano
A queste genti che ho intorno distese,
Che de vil sangue non nacqui giammai;
Ma, a quel che io vedo, non è fatto assai.

Se io non te pongo con seco a giacere
Sopra a quel campo, in duo pezzi tagliato,
Più mai al mondo non voglio apparere,
E tengome a ciascun vituperato;
Ma sino ad ora te faccio sapere
Che il tuo destrier da me non fia servato;
La usanza vostra non estimo un fico,
Il peggio che io so far, faccio al nimico. -

Questo che io dico tuttavia parlava,
E cominciò a ferir con tanta fretta
Che, se Ranaldo ponto l'aspettava,
Era ad un colpo fatta la vendetta.
Ma lui verso del poggio rivoltava,
E corse forse un tratto di saetta;
E smontò quivi e lasciovvi Baiardo,
Tornando a piedi il principe gagliardo.