E' non portò mai lancia il giovanetto,
Per quanto da Turpino io abbia inteso,
Ma piastra e maglia e scudo e bacinetto
E la mazza ferrata di gran peso.
Con quella viene adosso al maledetto,
E sì come era di furore acceso
Tutto se abandonò sopra al pagano
Con ogni forza, e tocca de ambe mano.
Ad ambe mano il tocca il damisello
Sopra de l'elmo che è cotanto fino,
E roppe la corona e 'l suo cerchiello,
Né vi rimase perle né rubino.
Tutto il frontale aperse a quel flagello,
E cadde ingenocchione il saracino.
Ma la sua gente che intorno li stava,
Li dette aiuto; e ben gli bisognava.
Tutti cridando avanti al suo segnore,
Coperto lo tenian co e scudi in braccio.
E Dudon la sua mazza a gran furore
Mena a due mano adosso al populaccio;
E non curando grande né minore,
Fiacca e profonda chi gli dona impaccio;
Abatte e spezza, e de altro già non bada
Se non di farsi a Rodamonte strada.
Ma lui già se era in piedi redricciato,
E mena il brando a cui non val diffesa;
Il scudo de Dudone ebbe spezzato,
E strazia piastra e maglia alla distesa,
E tutto il disarmò dal manco lato,
Benché non fosse a quel colpo altra offesa:
Ma non avea callato il brando apena,
Che l'altro colpo a gran fretta rimena.
Dudon, che vede non poter parare,
Però che troppo gli è il pagano adosso,
Subitamente il corse ad abracciare.
Or era l'uno e l'altro grande e grosso,
Sì che un bon pezzo assai vi fo che fare,
Ma Dudon alla fin per più non posso
Fu posto a terra da quel saracino,
Preso e legato come un fanciullino.
Come volse Fortuna o Dio Beato,
Ranaldo se trovò presente al fatto,
E veggendo Dudone incatenato,
Quasi per gran dolor divenne matto.
Strenge Fusberta come disperato,
Né prende alcun riguardo a questo tratto,
Né stima più la vita o la persona;
Ver Rodamonte tutto se abandona.
Egli era a piedi, come aveti odito,
Ché al poggio avea lasciato il suo Baiardo;
L'uno e l'altro de questi è tanto ardito,
Che dir non vi saprei chi è più gagliardo.
Ora il canto al presente è qui finito,
Ed è gionto Ranaldo tanto tardo,
Che non può far battaglia questo giorno;
Doman la contarò: fati ritorno.
Canto decimoquinto
A cui piace de odire aspra battaglia,
Crudeli assalti e colpi smisurati,
Tirase avante ed oda in che travaglia
Son due guerreri arditi e disperati,
Che non stiman la vita un fil de paglia,
A vincere o morire inanimati.
Ranaldo è l'uno, e l'altro è Rodamonte,
Che a questa guerra son condutti a fronte.
Avea ciascun di lor tanta ira accolta,
Che in faccia avean cangiata ogni figura,
E la luce de gli occhi in fiamma volta
Gli sfavillava in vista orrenda e scura.
La gente, che era in prima intorno folta,
Da lor se discostava per paura;
Cristiani e Saracin fuggian smariti,
Come fosser quei duo de inferno usciti.