Ranaldo dà tra lor senza pensare,
Ché ben cognobbe che eran Saracini;
Quivi de intorno fo il bel sbarattare,
Fuggendo tutti in rotta quei meschini.
Chi ne la nave, e chi saltava in mare,
L'un non aspetta che l'altro se chini
A prender cosa che gli sia caduta;
Ma sol fuggendo ciascadun se aiuta.
Gli altri che a terra avean volto il timone,
Via se ne andarno, abandonando il lito,
E seco ne menâr preso Dudone,
Che, se Ranaldo l'avesse sentito,
Avria menata gran destruzïone,
E forse entro a quel mar l'avria seguito;
Ma lui non si pensava di tale onte,
Sol dimandando ove era Rodamonte.
Un saracin ben forte spaventato,
Che anti a Ranaldo inginocchion si pose,
Di Rodamonte essendo dimandato,
La pura verità presto rispose:
Come al bosco de Ardena era invïato,
Tutto soletto per le piaggie ombrose,
Essendo detto a lui che a quel camino
Giva Ranaldo, al Fonte de Merlino.
Il Fonte de Merlino era in quel bosco,
Sì come un'altra volta vi contai,
Che era a gli amanti un velenoso tosco,
Ché, ivi bevendo, non amavan mai;
Benché lì presso a quel loco fosco
Passava una acqua che è megliore assai:
Meglior de vista e de effetto peggiore;
Chiunche ne gusta, in tutto arde d'amore.
Quando Ranaldo intese che a quel loco
Andava Rodamonte a ricercarlo,
Di questa gente si curava poco,
E più presto partì che io non vi parlo.
Il cuor gli fiammeggiava come un foco
Del gran desio che avea di ritrovarlo,
E via trottando a gran fretta camina
Verso ponente, a canto alla marina.
E Rodamonte simigliantemente
De giongere ad Ardena ben se spaccia;
E parlava tra sé nella sua mente,
Dicendo: "Questo dono il ciel mi faccia,
Pur che ritrovi quel baron valente,
O ch'io l'occida, o torni seco in graccia;
Ché, essendo morto, in terra non ho pare,
E se egli è meco, il cel voglio acquistare.
Né creder potrò mai che 'l conte Orlando
Abbia di questo la mera bontate.
Io l'ho provato, e di lancia e di brando
Non è il più forte al mondo in veritate.
O re Agramante, a Dio ti racomando,
Se tu discendi per queste contrate!
Essendote io, come serò, lontano,
Tutta tua gente fia sconfitta al piano.
Come diceva il vero il re Sobrino!
Sempre creder si debbe a chi ha provato.
Or, s'egli è tale Orlando paladino
Come costui che meco a fronte è stato,
Tristo Agramante ed ogni saracino
Che fia di qua dal mar con lui portato!
Io, che tutti pigliarli avea arroganza,
Assai ne ho de uno, e più che di bastanza."
Così parlando andava il re pagano,
E non sapendo a ponto quel vïaggio,
Nel far del giorno gionse in un bel piano
Là dove un cavallier veniva adaggio;
E Rodamonte con parlare umano
Dimandò al cavalliero in suo lenguaggio
Quanto indi fusse alla selva de Ardena,
Se lo sapesse, e qual strata vi mena.
Rispose prestamente il cavalliero:
- Nulla te so contar di quel camino,
Perché io, sì come tu, son forastiero,
E vo piangendo, misero e tapino,
Non riguardando strata né sentiero,
Ma dove mi conduce il mio destino,
A strugimento, a morte, a ogni dolore,
Poi che se piace al deslïale amore. -