Quando fu gionto alla selva fronzuta,
Dritto ne andava al Fonte di Merlino:
Al Fonte che de amore il petto muta,
Là dritto se n'andava il paladino.
Ma nova cosa che egli ebbe veduta,
Lo fece dimorare in quel camino:
Nel bosco un praticello è pien de fiori
Vermigli e bianchi e de mille colori.
In mezo il prato un giovanetto ignudo
Cantando sollacciava con gran festa.
Tre dame intorno a lui, come a suo drudo,
Danzavan, nude anch'esse e senza vesta.
Lui sembianza non ha da spada o scudo,
Ne gli occhi è bruno, e biondo nella testa;
Le piume della barba a ponto ha messe:
Chi sì, chi no direbbe che le avesse.
Di rose e de vïole e de ogni fiore
Costor che io dico, avean canestri in mano,
E standosi con zoia e con amore,
Gionse tra loro il sir de Montealbano.
Tutti cridarno: - Ora ecco il traditore, -
Come l'ebber veduto - ecco il villano!
Ecco il disprezator de ogni diletto,
Che pur gionto è nel laccio al suo dispetto! -
Con quei canestri al fin de le parole
Tutti a Ranaldo se aventarno adosso:
Chi getta rose, chi getta vïole,
Chi zigli e chi iacinti a più non posso.
Ogni percossa insino al cor li duole
E trova le medolle in ciascuno osso,
Accendendo uno ardore in ogni loco
Come le foglie e i fior fosser di foco.
Quel giovanetto che nudo è venuto,
Poi che ebbe vòto tutto il canestrino,
Con un fusto di ziglio alto e fronzuto
Ferì Ranaldo a l'elmo de Mambrino.
Non ebbe quel barone alcuno aiuto,
Ma cadde a terra come un fanciullino;
E non era caduto al prato a pena,
Che ai piedi il prende e strasinando il mena.
De le tre dame ogniuna avea ghirlanda
Chi de rosa vermiglia e chi de bianca;
Ciascuna se la trasse in quella banda,
Poi che altra cosa da ferir li manca;
E benché il cavallier mercè dimanda,
Tanto il batterno, che ciascuna è stanca,
Però che al prato lo girarno intorno,
Sempre battendo, insino a mezo giorno.
Né il grosso usbergo né piastra ferrata
Poteano a tal ferire aver diffesa;
Ma la persona avea tutta piagata
Sotto a quelle arme, e di tal foco accesa,
Che ne lo inferno ogni anima dannata
Ha ben doglia minor senza contesa,
Là dove quel baron de disconforto,
Di tema e di martìr quasi era morto.
Né sa se omini o dei fosser costoro:
Nulla diffesa o preghera vi vale;
E, standosi così, senza dimoro
Crescerno in su le spalle a tutti l'ale,
Quale erano vermiglie e bianche e d'oro,
E in ogni penna è un occhio naturale,
Non come di pavone, o de altro occello,
Ma di una dama grazïosa, e bello.
E, poco stando, se levarno a volo,
L'un dopo l'altro verso il cel saliva.
Ranaldo a l'erba si rimase solo;
Amaramente quel baron piangiva,
Perché sentia nel cor sì grande il dôlo,
Che a poco a poco l'anima gli usciva,
E tanta angoscia nella fine il prese,
Che come morto al prato se distese.
Mentre che tra quei fior così iacea,
E de morire al tutto quivi estima,
Gionse una dama in forma de una dea,
Sì bella che contar nol posso in rima,
E disse: - Io son nomata Pasitea,
De le tre l'una che te offese in prima:
Compagna dello Amore e sua servente,
Come vedesti e provi di presente.