E fu quel giovanetto il dio d'Amore,
Qual te gettò de arcion come nemico;
Se contrastar ti credi, hai preso errore,
Ché nel tempo moderno o ne l'antico
Non si trova contrasto a quel segnore.
Ora attendi al consiglio che io te dico,
Se vôi fuggir la dolorosa morte;
Né sperar vita o pace in altra sorte.

Amore ha questa legge e tal statuto,
Che ciascun che non ama, essendo amato,
Ama po' lui, né gli è l'amor creduto,
Acciò che 'l provi il mal ch'egli ha donato.
Né questo oltraggio che te è intravenuto,
Né tutto il mal che puote esser pensato,
Se può pesar con questo alla bilancia,
Ché quel cordoglio ogni martìre avancia.

Il non essere amato ed altri amare
Avanza ogni martìr, come io te ho detto,
E questa legge converrai provare,
Se vôi fuggir de Amore ogni dispetto.
Or, perché intenda, a te conviene andare
Per questo bosco ombroso a tuo diletto,
Sin che ritrovarai sopra a una riva
Uno alto pino ed una verde oliva.

La rivera zoiosa indi dechina
Per li fioretti e per l'erba novella;
Ne l'acqua trovarai la medicina
A quel dolor che al petto ti martella. -
Così parlò la dama peregrina,
Poi ne l'aria volò come una occella;
Salendo sempre in su, del celo acquista,
Onde a Ranaldo uscì presto di vista.

Lui doloroso non sa che si fare,
Poi che incontrata ha sì forte ventura,
Né tra se stesso puote imaginare
Come tal cosa sia fuor de natura,
Che veda gente per l'aria volare,
Né contra a lor val forza né armatura.
Da gente ignuda è vento il suo valore
Con zigli e rose e con foglie di fiore.

A gran fatica il suo corpo tapino
Levò dove languendo l'avea messo,
E con più pena si puose in camino,
Cercando intorno il bosco ombroso e spesso;
E trovò verso il fiume l'alto pino
E l'arbor de l'oliva a quello apresso.
Da le radice stilla una acqua chiara,
Dolce nel gusto e dentro al core amara;

Perché de amore amaro il core accende
A chi la gusta l'acqua delicata;
E però già Merlin per fare amende
La fonte avea qua presso edificata,
Che fa lasciar ciò che a questa se prende,
Come io vi racontai quella giornata
Quando Ranaldo bevette alla fonte,
Ove Angelica poi n'ebbe tante onte.

Or nel presente non se racordava
Più il cavallier di quel tempo passato,
Ma come aponto in su 'l fiume arivava,
Essendo doloroso ed affannato,
Ché ogni percossa gran pena li dava,
Sopra alla ripa fu presto chinato,
E per gran sete il principe gagliardo
Assai bevette e non vi ebbe riguardo.

Bevuto avendo ed alciando la facia,
Da lui se parte ogni passata doglia,
Benché la sete perciò non se sacia,
Ma, più bevendo, più di bere ha voglia.
Lui di questa ventura Idio ringracia,
E standosi contento e con gran zoglia
Li torna nella mente a poco a poco
Che un'altra fiata è stato in questo loco;

Quando, dormendo ne l'erba fiorita,
Con zigli e rose Angelica il svegliò,
E ricordosse che l'avea fuggita,
Dil che acramente se ripente mo.
De amor avendo l'anima ferita,
Vorebbe adesso quel che aver non pô,
La bella dama, dico, in quel verziero,
Ché nel presente non serìa sì fiero.