E biasmando la sua crudelitate
E le grande onte fatte a quella dama,
Tutte le amenta quante ne ha già usate,
E sé crudele e dispietato chiama.
Già la odïava poche ore passate,
Più che se stesso nel presente l'ama;
E tanta voglia ha dentro al core accolta,
Che vôl tornare in India un'altra volta.
Sol per vedere Angelica la bella
Un'altra volta in India vôl tornare.
Venne a Baiardo per salire in sella,
Che poco longi il stava ad aspettare:
E così andando vidde una donzella,
Ma non la potea ben rafigurare,
Perché era dentro al bosco ancor lontana,
Oltra a quel fiume, a lato a la fontana.
Le chiome avea rivolte al lato manco,
E la cima increspata e sparta al vento;
Sopra de un palafren crinuto e bianco,
Che ha tutto ad ôr brunito il guarnimento,
Un cavallier gli stava armato al fianco,
Ne la sembianza pien de alto ardimento,
Che ha per cimero un Mongibello in testa,
Ritratto al scudo e nella sopravesta.
Dico che quel barone ha per cimero
Una montagna che gettava foco;
E 'l scudo e la coperta del destriero
Avean pur quella insegna nel suo loco.
Ora, cari segnori, egli è mestiero
Questa ragione abbandonare un poco,
Per accordar la istoria ch'è divisa:
Torno a Brunel, che ancor dietro ha Marfisa.
Non lo abandona la donzella altiera,
Ma giorno e notte senza fine il caccia,
Né monte alpestro, né grossa riviera,
Né selva, né palude mai lo impaccia.
Ma Frontalate, la bestia legiera,
Li facea indarno seguitar tal traccia:
Quel bon destrier, che fu di Sacripante,
Come un uccello a lei fugge davante.
Quindeci giorni già l'avea seguito,
Né d'altro che di fronde era pasciuta.
Il falso ladro, che è forte scaltrito,
Ben de altro pasto il suo fuggire aiuta;
Perché era tanto presto e tanto ardito,
Che ogni taverna che avesse veduta,
Dentro ve intrava e mangiava di botto,
Poi via fuggiva e non pagava il scotto.
E benché i teverneri e' lor sergenti
Dietro li sian con orci e con pignate,
Lui se ne andava stropezando e denti,
E faceva a ciascun mille ghignate.
A le qual fare avea tanti argomenti,
Che donne spoletane o folignate,
Qual porton l'ovo da matina a cena,
Se avrian guardate da' suoi tratti apena.
E pur Marfisa sempre il seguitava,
Quando più longi, e quando più dapresso.
- Al ladro! al ladro! - sempre mai cridava,
E ciascun rispondeva: - Egli è ben desso. -
Ogniom di quel giotton se lamentava,
Perché e miglior boccon pigliava spesso,
E loro il menacciavan pur col dito.
Ora non più, ché il canto è qui finito.
Canto decimosesto
La bella istoria che cantando io conto,
Serà più dilettosa ad ascoltare,
Come sia il conte Orlando in Franza gionto
Ed Agramante, che è di là dal mare;
Ma non posso contarla in questo ponto,
Perché Brunello assai me dà che fare;
Brunello, il piccolin di mala raccia,
Qual fugge ancora, e pur Marfisa il caccia.