- Come "a ogni modo", schiuma di cucina! -
Rispose il cavallier forte adirato,
E verso lui se mosse con ruina,
Per averlo del ponte trabuccato;
Ma il peregrin, gettando la schiavina,
Di sotto si scoperse tutto armato;
Lasciando andare a terra il suo bordone,
Trasse con furia un brando dal gallone.
E' non se vidde mai livrer né pardo,
Il qual levasse sì legiero il salto,
Come faceva il peregrin gagliardo,
E quanto il cavallier sempre è tanto alto.
Né questo a quello avea ponto riguardo,
Ma con feroce e dispietato assalto
L'un l'altro avea ferito in parte assai,
E pur van drieto e non s'arrestan mai.
Il cavallier smontato era de arcione,
Temendo che il destrier gli fosse occiso,
E, se non fosse sì forte barone,
Dal peregrin serìa stato conquiso.
Ciò riguardando il figlio di Melone
E Brandimarte, fo ben loro aviso
Non aver visti al mondo duo guerrieri
Che sian de questi più gagliardi e fieri.
E benché a ciascun d'essi un'altra volta
Sembri aver visto il peregrino altronde,
Lo abito strano e la gran barba e folta
Non gli lascia amentare il come o il donde.
Or la battaglia è ben stretta e ricolta,
Né abatte il vento sì spesso le fronde,
Né si spessa la neve o pioggia cade,
Come son spessi e colpi de le spade.
Il peregino ognior del ponte avanza,
Come colui che a meraviglia è fiero,
Ed era de alto ardire e gran possanza,
Onde avea già ferito il cavalliero
Nel braccio, nella testa e nella panza,
Sì che ritrarsi gli facea mestiero;
E benché ancor mostrasse ardita fronte,
Pur se ritrava abandonando il ponte.
Era di là dal ponte una pianura
Intorno al sasso di quella fontana;
Quivi era un marmo de una sepoltura,
Non fabricata già per arte umana,
E sopra, a lettre d'oro, una scrittura,
La qual dicea: ' Bene è quella alma vana,
Qual s'invaghise mai del suo bel viso;
Quivi è sepolto il giovane Narciso.'
Narciso fu in quel tempo un damigello
Tanto ligiadro e di tanta bellezza,
Che mai non fu ritratta con pennello
Cosa che avesse in sé cotal vaghezza;
Ma disdegnoso fu come fu bello,
Però che la beltate e l'alterezza
Per le più volte non se lascian mai,
Dil che perita è gran gente con guai:
Sì come la regina de Orïente
Amando il bel Narciso oltra misura,
E trovandol crudel sì de la mente,
Che di sua pieta o di suo amor non cura,
Se consumava misera, dolente,
Piangendo dal matino a notte oscura,
Porgendo preghi a lui con tal parole,
Che arian possanza a tramutare il sole.
Ma tutte quante le gettava al vento,
Perché il superbo più non l'ascoltava
Che aspido il verso de lo incantamento,
Onde ella a poco a poco a morte andava,
E gionta infin allo ultimo tormento
Il dio d'Amore e tutto il cel pregava,
Ne gli estremi sospir piangendo forte,
Iusta vendetta a la sua iniusta morte.
E ciò gli avenne, però che Narciso
Alla fontana, de che io ve contai,
Cacciando un giorno fo gionto improviso,
E corso avendo dietro a un cervo assai,
Chinosse a bere, e vide il suo bel viso,
Il qual veduto non avea più mai;
E cadde, riguardando, in tanto errore,
Che de se stesso fu preso d'amore.