Chi odì giamai contar cosa sì strana?
O iustizia de Amor, come percote!
Or si sta sospirando alla fontana,
E brama quel che avendo aver non pote.
Quell'anima che fu tanto inumana,
A cui le dame ingenocchion devote
Si stavano adorar come uno Dio,
Or mor de amore in suo stesso desio.

Esso, mirando il suo gentile aspetto,
Che di beltate non avea pariglio,
Se consumava di estremo diletto,
Mancando a poco a poco, come il ziglio
O come incisa rosa, il giovanetto,
Sin che il bel viso candido e vermiglio
E gli occhi neri e 'l bel guardo iocondo
Morte distrusse, che destrugge il mondo.

Quindi passava per disaventura
La fata Silvanella a suo diporto,
E dove adesso è quella sepoltura
Iacea tra' fiori il giovanetto morto.
Essa, mirando sua bella figura,
Prese piangendo molto disconforto,
Né se sapea partire; e a poco a poco
Di lui s'accese in amoroso foco.

Benché sia morto, pur di lui s'accese,
Avendo di pietate il cor conquiso,
E lì vicino a l'erba se distese,
Baciando a lui la bocca e il freddo viso,
Ma pur sua vanitate al fin comprese,
Amando un corpo dal spirto diviso,
E la meschina non sa che si fare:
Amar non vôle, e pur conviene amare.

Poi che la notte e tutto l'altro giorno
Ebbe la fata consumato in pianto,
Un bel sepolcro di marmoro adorno
In mezo il prato fece per incanto;
Né mai poi se partitte ivi de intorno,
Piangendo e lamentando, infino a tanto
Che a lato alla fontana in tempo breve
Tutta se sfece, come al sol la neve.

Ma per aver ristoro o compagnia
A quel dolor che a morte la tirava,
Struggendosi de amor, fu tanto ria,
Che la fontana in tal modo affatava,
Che ciascun, qual passasse in quella via,
Se sopra a l'acqua ponto rimirava,
Scorgea là dentro faccie di donzelle,
Dolce ne gli atti e grazïose e belle.

Queste han ne gli occhi lor cotanta grazia,
Che chi le vede, mai non può partire,
Ma in fin convien che amando se disfazia,
Ed in quel prato è forza de morire.
Ora ivi arivò già per sua disgrazia
Un re gentile, accorto e pien d'ardire,
Quale era in compagnia de una sua dama:
Lei Calidora e lui Larbin si chiama.

Essendo questo alla fonte arivato,
E dello incanto non essendo accorto,
Per la falsa sembianza fu ingannato,
E sopra l'erbe ivi rimase morto.
La dama, che l'avea cotanto amato,
Abandonata de ogni suo conforto,
Si pose a lacrimare in quella riva,
E star si vôle insin che serà viva.

Questa è la dama che piangeva al sasso,
E il ponte al cavallier facea guardare,
Accioché ogni altro che arivava al passo
Non se potesse a quel fonte mirare.
Da poi che il suo Larbin dolente e lasso
Per quello incanto vidde consumare,
Pietà gli prese de ogni altra persona,
E stassi al fonte, e mai non l'abandona.

E questa istoria, quale io v'ho contata,
Del bel Narciso e di sua morte strana,
Lei tutta la narrò, come era stata,
Al conte Orlando presso alla fontana,
Poscia che vidde la disconsolata
Alla battaglia orribile e inumana
Quel franco peregrino esser sì forte,
Che al suo barone avria dato la morte.