Ma Menadarbo vi gionse, adirato
Che un sol barone arresti tanta gente,
E stringendo la lancia al destro lato
Ne vien spronando il suo destrier corrente;
E colse Brandimarte nel costato,
Ma de arcione il piegò poco o nïente:
La lancia rotta in pezzi cade a terra,
E Brandimarte adosso a lui si serra.

Levando alto a due mano il brando nudo,
Mena con furia al mezo della testa.
Or lui coperto avea l'elmo col scudo:
Né l'un né l'altro quel gran colpo arresta,
Ché il scudo e l'elmo ruppe il brando crudo,
E cadde Menadarbo alla foresta,
Partito dalla fronte insino ai denti;
Or vi so dir che gli altri avean spaventi.

Ma non di manco gli stavano intorno,
E chi lancia da longi e chi minaccia.
Poco gli stima il cavalliero adorno,
Ed ora questi ed or quelli altri caccia;
Così gran parte è passata del giorno,
Perché la gente che seguia la traccia
Crescendo ne venìa di mano in mano:
Ecco gionto è Torindo e il Caramano.

Prima gionse Torindo a gran baldanza:
Con l'asta bassa Brandimarte imbrocca,
E spezzò sopra al scudo la sua lanza;
Ma Brandimarte ad una spalla il tocca,
E quasi lo partì insino alla panza,
E dello arcione a terra lo trabocca.
Vedendo quel gran colpo il Caramano
Volta il destriero e fugge per il piano.

Ma quel fuggire avria poco giovato,
Se non avesse avuto a volar piume.
Venne la notte, e il giorno era passato,
Né per quel loco si vedea più lume;
E 'l Caramano avanti era campato,
Natando per paura un grosso fiume;
Poi molte miglia per le selve ombrose
Andò fuggendo ed al fin se nascose.

E Brandimarte, che l'avea seguito
Cacciando a tutta briglia il suo destriero,
Dapoi che vide ch'egli era fuggito
E che a pigliarlo non era mestiero,
Guardando al prato dove era partito
Non vi sa più tornare il cavalliero,
Perché la notte che ha scacciato il giorno
Avea oscurato per tutto d'intorno.

Intrato adunque per la selva alquanto,
E non sapendo mai di quella uscire,
Smontò di sella e trassese da un canto,
Sopra alle fronde se pose a dormire;
Ma rotto li fo il sonno da un gran pianto,
Qual quindi presso li parve de odire,
E sembrava la voce de una dama,
Che a Dio mercede lacrimando chiama.

Chi sia la dama qual mena tal guai,
Poi oderiti stando ad ascoltare.
Ma sia de Brandimarte detto assai,
Ché al conte Orlando mi convien tornare,
Il qual, partito come io vi contai,
Verso Ponente prese a caminare,
Né passato era avanti oltre a sei miglia,
Che ebbe travaglia e pena a meraviglia.

Però che, intrato essendo in duo valloni,
Chinandosi già il sole in ver la sera,
Trovò sopra a que' sassi e Lestrigioni,
Gente crudele e dispietata e fiera.
Costoro han denti ed ungie de leoni,
Poi son come gli altri omini alla ciera,
Grandi e barbuti e con naso di spana:
Bevono il sangue e mangian carne umana.

Il conte entrato gli vede a sedere
Ad una mensa che è posta tra loro,
E sopra quella da mangiare e bere,
Con gran piatti d'argento e coppe d'oro.
Come ciò scorse Orlando, a più potere
Sprona il ronzon per giongere a costoro,
E ben seguìto lo tenean le dame,
Ché l'una più che l'altra ha sete e fame.