Via van trottando per giongere a cena,
Ma prestamente fia ciascuna sacia.
Or vanne il conte, e con faccia serena
A que' ribaldi disse: - Pro vi facia.
Poi che fortuna a tale ora mi mena
In questo loco, prego che vi piacia
Per li nostri dinari, o in cortesia,
Che siamo a cena vosco in compagnia. -

Il re de' Lestrigoni, Antropofàgo,
Odendo le parole levò il muso.
Questo avea gli occhi rossi come un drago,
E tutto di gran barba il viso chiuso;
De veder gente occisa è troppo vago,
Come colui che tutto il tempo era uso
Matina e sera di farne morire,
Per divorarli e il suo sangue sorbire.

Quando costui odì il conte parlare,
Veggendolo a destriero e bene armato,
Dubitò forse nol poter pigliare,
Onde li fece loco a sé da lato,
Pregando che volesse dismontare;
Ma il conte aveva già deliberato,
Se lo invitasse, de accettar lo invito,
Se non, pigliar da cena a ogni partito.

Onde discese de il destriero al basso,
Ma non se assetta, le dame aspettando,
Le qual venian però più che di passo.
Ora odì il conte lor, che mormorando
Dicevan l'uno a l'altro: - Egli è ben grasso. -
E quel rispose: - Io nol so, se non quando
Io il vedo a rosto, o ver quand'io l'attasto;
E sapròl meglio se io ne piglio un pasto. -

Non attendeva Orlando a tal sermone,
Come colui che alle dame guardava,
Ma in questo Antropofàgo il Lestrigone
Da mensa pianamente se levava,
E, preso avendo in mano un gran bastone,
Venne alle spalle del conte di Brava,
E sopra l'elmo ad ambe mano il tocca,
Sì che disteso a terra lo trabocca.

Molti altri se aventarno anco di fatto
Verso le dame dai visi sereni,
Perché volevan tutti ad ogni patto
Aver di quella carne e corpi pieni;
Ma lor, che se smarirno di quello atto,
Voltarno incontinente i palafreni,
E l'una in qua e l'altra in là fuggiva;
La mala gente apresso le seguiva.

Givan piangendo e lamentando forte
Le damigelle con molta paura,
E, non essendo nel paese scorte,
Andarno errando per la selva oscura.
Tornamo al conte, che è presso alla morte:
Già tratta gli han di dosso l'armatura,
E non è ancora in sé ben rinvenuto
Per il gran colpo che ha nel capo avuto.

Antropofàgo, il re crudo e superbo,
Gli pose adosso il dispietato ungione,
Dicendo a gli altri: - Questo è tutto nerbo:
Da gli occhi in fora non c'è un buon boccone. -
Sentendo Orlando lo attastare acerbo,
Per quella doglia uscì de stordigione,
E saltò in piede il cavallier soprano;
Come a Dio piacque, a lor scappò di mano.

Dietro gli è il re con molti Lestrigoni,
Cridando a ciascadun ch'e passi chiuda;
Chi gli tra' sassi, e chi mena bastoni:
Tutta gli è adosso quella gente cruda,
Né lo lascia partir de que' cantoni.
Ora ecco ha vista Durindana nuda,
Che avean lasciata quei ribaldi a terra;
Ben prestamente il conte in man l'afferra.

Quando se vidde la sua spada in mano,
Pensati pur tra voi se il fo contento.
Ove se imbocca quel vallone a piano,
Eran firmati di costor da cento,
Tutti di viso ed abito villano;
Né scudo o brando o altro guarnimento,
Ma pelle d'orsi e di cingiali in dosso
Avea ciascun, e in mano un baston grosso.