Il conte Orlando tra costor se caccia,
Menando il brando a dritto ed a roverso,
E l'un getta per terra, e l'altro amaccia,
Questo per lungo e quel taglia a traverso;
Spezza e bastoni e seco ambe le braccia,
Ma quel rio populaccio è sì perverso
Che, avendo rotto e perso e piedi e mane,
Morde co' denti, come fa lo cane.
Convien che spesso il conte se ritorza,
Perché ciascun de intorno l'aggraffava.
Ora il suo re, sì come avea più forza,
Maggior baston de gli altri assai portava,
Ed era tutto armato de una scorza;
Giù per la barba gli cadea la bava,
Che colava di bocca e del gran naso,
Come un cane arabito, a quel malvaso.
Più di tre palmi sopra gli altri avanza
Questo re maledetto che io vi conto;
Orlando lo assalì con gran possanza,
E dritto a mezo il capo l'ebbe gionto;
Callò il brando nel petto e nella panza,
Sì che in due parte lo divise a ponto,
E cadde da due bande alla foresta;
Il conte dà tra gli altri e non s'arresta.
E fece un tal dalmaggio in poco de ora,
Che di quella canaglia maledetta
Non vi è persona che faccia dimora
Avanti al conte: tristo chi lo aspetta!
Perché col brando in tal modo lavora,
Che non si trova né pezzo né fetta
De alcun, che morto al campo sia rimaso,
Qual sia maggior che prima fosse il naso.
Onde lui restò solo in quel vallone,
Ed era il giorno quasi tutto spento,
Quando esso se adobbò sue guarnisone;
E di mangiare avendo un gran talento,
Venne alla mensa, a quelle imbandisone,
Le qual mirando quasi ebbe spavento,
Però che quelle gente disoneste
Cotte avean bracie umane e piedi e teste.
Ben vi so dir che gli fuggì la fame
A quel convito dispietato e fiero,
Se ben ne avesse avuto maggior brame.
Ma torna adietro e prende il suo destriero,
Deliberato di cercar le dame,
Ché ritrovarle avea tutto il pensiero.
E diceva piangendo: "Or chi me aiuta
Forza né ardir, se mia dama è perduta?
Se mia dama è perduta, or che mi vale
Aver morto costor dal brutto viso?
Che se io non la ritrovo, era men male
Esser da lor con quei bastoni occiso.
O Patre eterno! o Re celestïale!
O Matre del Segnor del paradiso!
Datime presto l'ultimo conforto,
Ch'io la ritrovi, o che io presto sia morto."
Piangendo il conte parlava così,
Come io vi ho detto, e nella selva intrò;
Errando andò per quella in sino al dì,
Ma ciò ch'el va cercando non trovò.
Essendo l'alba chiara, ed ello odì
Cridar: - Va là! va là! ché ella non può
Scappare ormai più fuora di quel passo,
Ché là davanti è ruïnato il sasso. -
Dricciosse Orlando ove colui favella,
E presto del cridar vidde lo effetto,
Perché cognobbe quella gente fella
De' Lestrigoni, il popol maledetto,
Che avean cacciata Angelica la bella
Ove se era condutta al passo stretto,
Che arendersi bisogna a chi la caccia,
O roïnarsi da ducento braccia.
Quando la vidde il conte a tal periglio,
Non dimandati se fretta menava.
Era per ira in faccia sì vermiglio,
Che poco longi un foco dimostrava.
Urtò il destriero e al brando diè di piglio,
E quel de intorno a gran furia menava,
Lasciando ove giongeva un tal segnale,
Che per guarirlo medico non vale.