Ma a te, qual tanto sai ben predicare,
Non voglio far di danno quanto io posso
Se quella dama che là vedo stare
Mi vôi donare e l'arme che hai indosso.
E ne la borsa te voglio cercare,
Ché io non me trovo di moneta un grosso;
Poi te lasciarò andar legiero e netto.
Ma voglio baratare anche il farsetto,

Però che questo è rotto e discucito;
Tu te 'l farai conciar poi per bell'agio. -
E Brandimarte, quando l'ebbe odito,
Disse nel suo pensier: "L'omo malvagio
Non se può stor al male onde è nutrito;
Né di settembre, né il mese di magio,
Né a l'aria fredda, né per la caldana
Se può dal fango mai distor la rana."

E senza altra risposta disdegnoso
Imbracciò il scudo ed isfidò il ladrone;
E fu questo altro assalto furïoso,
Spezzando e scudi ed ogni guarnisone,
Ed era l'uno e l'altro sanguinoso,
Crescendo ogniora più la questïone;
Né più vi è di concordia parlamento,
Ma trarse a fine è tutto il lor talento.

Or Brandimarte afferra il brando nudo,
Ché destinato è di donarli il spaccio,
E disserra a due mano un colpo crudo
Per il traverso adosso a Barigaccio,
E tagliò tutto con fraccasso il scudo,
Quale era de osso, e sotto a quello il braccio.
A quel gran colpo ogni arma venne manco,
E sino a mezo lo tagliò nel fianco.

Lui cadde a terra biastemando forte,
Ed al demonio se racomandava,
E benché Brandimarte lo conforte,
Con più nequizia ognior se disperava;
Ma il cavallier non volse darli morte,
E così strangosciato lo lasciava,
Partendosi di qua senza dimora;
Ma lui moritte appresso in poco d'ora.

Il cavallier, lasciando il ladro fello,
Con la sua dama si volea partire,
Quando Batoldo, il suo destrier morello,
Ch'era nel prato, cominciò a nitrire;
Veggendol Brandimarte tanto bello,
Con la sua Fiordelisa prese a dire:
- Il palafren serìa troppo gravato
Se te portasse e me, che sono armato,

Sì che io me pigliarò quel bon destriero,
Come pigliato ho il brando e l'armatura,
Perché serebbe pazzo e mal pensiero
Lasciar quel che appresenta la ventura.
Quei morti più de ciò non han mestiero,
Ché sono usciti fuor de ogni paura. -
Così dicendo se accosta al ronzone,
Prende la briglia e salta in su lo arcione.

E via con Fiordelisa cavalcando
Trovò due cose spaventose e nove,
Tal che gli fie' mistiero avere il brando.
Ma questo fatto contaremo altrove
Ché or mi convien tornare al conte Orlando,
Quale avea fatto le diverse prove
Contra de Antropofàgo e' Lestrigoni,
Come contarno avanti e miei sermoni.

Campata avendo Angelica la bella,
Troppo era lieto di quella aventura.
Via caminando assai con lei favella,
Ma di toccarla mai non se assicura.
Cotanto amava lui quella donzella,
Che di farla turbare avea paura;
Turpin, che mai non mente, de ragione
In cotale atto il chiama un babïone.

Essendo in questo modo costumato,
L'un giorno apresso a l'altro via camina.
Già il paese de' Persi avea passato,
E la Mesopotamia che confina;
Poi, lasciando li Armeni al destro lato,
Soria vargò giongendo alla marina;
E tutto questo ricco e bel paese
Passò senza trovar guerre o contese.