Essendo gionto, come io dico, al mare,
Nel porto di Baruti ebbe trovato
Un bel naviglio, che volea passare;
Ma troppo estremamente era ingombrato,
Però che in Cipri convenea portare
Un giovanetto re, che era assembrato
A dimostrar ne l'arme il suo valore,
Per una dama a cui portava amore.
Era re di Damasco il giovanetto
Quale io ve dico, e nome ha Norandino,
Ardito e forte e di nobile aspetto,
Quanto alcun altro fosse in quel confino.
Regnava, in questo tempo che io vi ho detto,
Ne la isola de Cipri un Saracino,
Che avea una figlia di tanta beltate,
Quanta alcuna altra di quella citate.
Lucina fu nomata la donzella
De cui io parlo, e il patre Tibïano.
Sendo la dama a meraviglia bella,
Era da molti adimandata in vano;
E sol di sua beltate si favella
Ivi de intorno per monte e per piano,
Onde l'ama chi è longi e chi è vicino,
Ma sopra a tutti la ama Norandino.
Re Tibïano avea preso pensiero
Di voler la sua figlia maritare,
Ed avea ordinato un bel torniero,
Come in quel tempo se usava di fare,
Ove ogni re, barone e cavalliero
Potesse sua prodezza dimostrare,
Ed ha invitate e dame e le regine
Tutte de intorno per quelle confine.
Ciascun voluntaroso in Cipri andava,
Come fu il bando per de intorno inteso.
Chi de provarsi a l'arme procacciava,
Chi per mirare avea quel camin preso;
Ma più de gli altri gran fretta menava
Re Norandino, avendo il core acceso,
Fornito ben de ciò che fa mestieri,
De paramenti e de arme e de destrieri.
E seco ne menava in compagnia
Da vinti cavallier, ciascuno eletto.
Or quando il conte in su il ponto giongia,
Il re si stava a nave per diletto;
Onde rivolto a' suoi baron dicia:
- Se costui non me inganna ne lo aspetto,
Debbe esser cima e fior de ogni valente,
Se la apparenza e lo animo non mente. -
E poi lo fece al paron dimandare,
Se volea seco andare al torniamento.
Esso rispose senza dimorare
Che egli era per servirlo a suo talento
O ver per giostra, o sia per tornïare,
O sia per guerra ed ogni struggimento:
Pur che lo possa a suo modo servire,
In ogni cosa è presto ad obedire.
Il re lo adimandò che nome avia,
De sua condizïone e del paese.
E lui rispose: - Io son de Circassia,
Ove perdei per guerra ogni mio arnese,
Eccetto l'arme e quella dama mia
Di che fortuna me è stata cortese.
Mio nome è Rotolante; e quel che io posso,
È a tuo comando insin che ho sangue adosso. -
Il giovanetto re molto ebbe grato
Il cortese parlar che fece Orlando,
Ed in sua compagnia l'ebbe accettato,
Poi di più cose li andò dimandando,
Sin che il vento da terra fu levato.
Segnori e donne, a voi mi raccomando;
Finito è un canto, e l'altro io vo' seguire,
Cose più belle e vaghe per odire.
Canto ventesimo