Un monte acceso portava nel scuto
E similmente nel cimero in testa;
E ciascun che con esso era venuto
Avea pur tale insegna e sopravesta.
Così fu degnamente recevuto
Con molto onor da tutti e con gran festa;
Ma sopra gli altri lo onorò Lucina,
Ché più che sé lo amava la tapina.

E già, passando il tempo, è gionto il giorno
Che 'l tornier dovea farsi in su la nona,
Ed ogni cavaliero andava intorno
Facendo mostra della sua persona,
L'un più che l'altro a meraviglia adorno.
De trombe e de tamburi il cel risuona;
Per ben vedere avante ogniom si caccia:
Preso è ogni loco intorno della piaccia.

Ma da l'un capo uno alto tribunale
Per le dame e regine era ordinato,
Ove Lucina in abito reale
E l'altre vi sedean da ciascun lato.
Mostravan poco il viso naturale,
Le più l'avean depinto e colorato:
Turpino il dice, io nol so per espresso,
Benché sian molte che ciò fanno adesso.

Angelica là sopra era tra loro,
Qual se mostrava un sole infra le stelle;
Con una vesta bianca, adorna d'oro,
Senza alcun dubbio è il fior de l'altre belle.
Re Tibïano e il suo gran concistoro
Da l'altro lato incontra alle donzelle
Se stava al tribunal, che era adornato
Di seta e drappi d'oro in ogni lato.

Or cominciano a entrare e cavallieri:
Ben vi so dir che ciascuno è forbito,
Con ricche sopraveste e con cimieri;
Ogniom se mostra nel sembiante ardito,
Di qua de là spronando e gran destrieri,
Perché il torniero in due schiere è partito:
Costanzo de una parte è capitano,
De l'altra Norandino il Sorïano.

Gnacare e corni e tamburini e trombe
Suonorno a un tratto intorno della piaccia;
Trema la terra e par che il cel rimbombe,
E che lo abisso e il mondo se disfaccia.
Tutte, le dame, a guisa de colombe,
Per l'alto crido se smarirno in faccia;
Ma i cavallier con furia e con tempesta
A tutta briglia urtâr testa per testa.

Né si vedean l'un l'altro e campïoni,
Benché ciascuno avesse a l'urto accolto;
Ma il fremir delle nare de' ronzoni
Avea sì grande il fumo a l'aria involto,
E sì la polve alciata in que' sabbioni,
Che avea il vedere a tutti avanti tolto,
Né se guardava l'ordine o la schiera,
Ciascun menando a chi più presso gli era.

Ma poi che il fatto fu atutato un poco
E cominciò l'un l'altro a discernire,
Apparve in quella piazza il crudo gioco,
E colpi dispietati, il gran ferire;
Avanti, a mezo, a dietro, in ogni loco,
Si vedea gente de gli arcioni uscire;
Per tutto è gran travaglia e grave affanno,
Ma chi è di sotto è quel che porta il danno.

Orlando per vedere il fatto aperto
Non volse ne la folta troppo intrare;
Ma quel Morbeco turco, che era esperto
In tal mestiero e ben lo sapea fare,
Se trasse avante in su un destrier coperto,
E sopra gli altri si facea mirare;
Qualunche giongie o de urto, o de la spada,
Sempre è mestier che al tutto a terra vada.

E già da sei de quei di Norandino
Avea posti roverso in su il sabbione,
Né ancor s'arresta, ma per quel confino
Più furia mena e più destruzïone;
Onde turbato quel re saracino
A tutta briglia sprona il suo ronzone,
E sopra di Morbeco andar si lassa,
E di quello urto a terra lo fraccassa.