Quel che si fusse poi di Norandino
Né di Costanzo, non saprebbi io dire,
Perché di lor non parla più Turpino;
Ma ben del conte vi saprò seguire,
Il qual sopra alla fusta al suo camino,
Fu per fortuna a risco di morire,
E stette sette giorni a l'aria bruna,
Che mai non vidde il sole, e men la luna.

E questo sopportò con pazïenza,
Poscia che altra diffesa non può fare;
Ma poi che ebbe di terra cognoscenza,
Ed avendo in fastidio tutto il mare,
Posar se fece al lito de Provenza,
Ché de esser fuora mille anni gli pare,
Per trovarsi a Parigi a mano a mano,
E dar di sua amistate al conte Gano.

Ché ben l'avria trattato, vi prometto,
Come dovea trattarlo il can fellone,
Ma non piacque al demonio maledetto,
Che lo avea tolto in sua protezïone;
Al manco male il facea stare in letto
Cinque o sei mesi rotto dal bastone;
Ma Lucifer che lo ha preso a guardare,
Al conte Orlando dette altro che fare.

Però che cavalcando il paladino,
Come fortuna o sua ventura il mena,
Arivò un giorno al Fonte di Merlino,
Che è posto in mezo del bosco di Ardena.
Del Fonte vi ho già detto il suo destino,
Sì che a ridirlo non torrò più pena,
Se non che quel Merlin, qual fu lo autore,
Lo fece al tutto per cacciar l'amore.

Essendo gionti qua quella giornata,
Come io vi dico, Orlando e la donzella,
Essa, che più del conte era affannata,
Smontò il suo palafren giù della sella;
E poi, bevendo quell'acqua fatata,
Sua mente in altra voglia rinovella,
E, dove prima ardea tutta de amore,
Ora ad amar non può dricciare il core.

Or se amenta lo orgoglio e la durezza,
Qual gli ha Ranaldo sì gran tempo usata,
Né gli par tanta più quella bellezza
Che soprana da lei fu già stimata;
Ed ove il suo valore e gentilezza
Lodar suoleva essendo inamorata,
Ora al presente il sir de Montealbano
Fellone estima sopra a ogni villano.

Ma, parendo già tempo de partire,
Però che era passato alquanto il caldo,
Volendo aponto della selva uscire,
Viddero un cavalliero ardito e baldo.
Or tutto il fatto me vi convien dire:
Quel cavalliero armato era Ranaldo,
Qual, come io dissi, dietro a Rodamonte
Era venuto presso a questa fonte.

Ma non vi gionse, perché il fiume in prima
Che raccende lo amore, avea trovato.
Ora io non vi saprei contare in rima
Come se tenne alora aventurato,
Quando vidde la dama, perché estima
Sì come egli ama lei, de essere amato.
Visto ha per prova ed inteso per fama
Ciò che per esso ha già fatto la dama.

Non cognosceva il conte, che era armato
Con quella insegna dal monte di foco;
Ché sì palese non se avria mostrato,
Serbando il suo parlare in altro loco.
Perché, essendo ad Angelica accostato,
Cortesemente e sorridendo un poco
Disse: - Madama, io non posso soffrire
Che io non vi parli, s'io non vo' morire,

Abench'io sappia a qual modo e partito
Mi sia portato e con tal villania,
Ch'io non meritarei de essere odito.
Ma so che seti sì benigna e pia,
Che, a benché estremamente aggia fallito,
Perdonarete a quel che per folìa
Contro de lo amor vostro adoperai,
Del che contento non credo esser mai.