Canto ventesimoprimo
O soprana Virtù, che e' sotto al sole,
Movendo il terzo celo a gire intorno,
Dammi il canto soave e le parole
Dolci e ligiadre e un proferire adorno,
Sì che la gente che ascoltar mi vôle,
Prenda diletto odendo di quel giorno
Nel qual duo cavallier con tanto ardore
Fierno battaglia insieme per amore.
Tra gli arbori fronzuti alla fontana
Insieme gli afrontai nel dir davanti;
L'uno ha Fusberta, e l'altro Durindana:
Chi sian costor, sapeti tutti quanti.
Per tutto il mondo ne la gente umana
Al par di lor non trovo che se vanti
De ardire e di possanza e di valore,
Ché veramente son de gli altri il fiore.
Lor comenciarno la battaglia scura
Con tal destruzïone e tanto foco,
Che ardisco a dir che l'aria avea paura,
E tremava la terra di quel loco.
Ogni piastra ferrata, ogni armatura
Va con roina al campo a poco a poco,
E nel ferir l'un l'altro con tempesta
Par che profondi il celo e la foresta.
Ranaldo lasciò un colpo in abandono
E gionse a mezo il scudo con Fusberta:
Parve che a quello avesse accolto un trono,
Con tal fraccasso lo spezza e diserta.
Tutti gli uccelli a quello orribil suono
Cadderno a terra, e ciò Turpino acerta;
E le fiere del bosco, come io sento,
Fuggian cridando e piene di spavento.
Orlando tocca lui con Durindana
Spezzando usbergo e piastre tutte quante,
E la selva vicina e la lontana
Per quel furor crollò tutte le piante;
E tremò il marmo intorno alla fontana
E l'acqua, che sì chiara era davante,
Se fece a quel ferir torbida e scura,
Né a sì gran colpi alcun di loro ha cura;
Anci più grandi gli ha sempre a menare.
Cotal ruina mai non fu sentita;
Onde la dama, che stava a mirare,
Pallida in faccia venne e sbigotita,
Né gli soffrendo lo animo di stare
In tanta tema, se ne era fuggita;
Né de ciò sono accorti e cavallieri,
Sì son turbati alla battaglia e fieri.
Ma la donzella, che indi era partita,
Toccava a più potere il palafreno,
E de alongarsi presto ben se aita,
Come avesse la caccia, più né meno.
Essendo alquanto de la selva uscita,
Vidde là presso un prato, che era pieno
De una gran gente a piede e con ronzoni,
Che ponean tende al campo e paviglioni.
La dama di sapere entrò in pensiero
Perché qua stesse e chi sia quella gente,
E trovando in discosto un cavalliero,
Del tutto il dimandò cortesemente.
Esso rispose: - Il mio nome è Oliviero,
E sono agionto pur mo di presente
Con Carlo imperatore e re di Franza,
Che ivi adunata ha tutta sua possanza.
Però che un saracin passato ha il mare
E rotto in campo il duca di Bavera;
Ora è sparuto, e non si può trovare,
Né comparisce uno omo di sua schiera;
Ma quel che ancor ci fa maravigliare,
Che il sir di Montealbano, qual gionse ersera,
Venendo de Ongheria con gente nuova,
Morto né vivo in terra se ritrova.