Ma sopra a gli altri re Agramante il fiero
Di riguardarlo in viso non se sacia,
Fra sé dicendo: "Questo è pur Rugiero!"
E di ciò tutto il celo assai ringracia.
Or più parole qua non è mestiero;
Subitamente lo bacia ed abracia.
Di Bardulasto non se prende affanno:
Se quello è morto, lui se n'abbi il danno.

Il giovanetto, di valore acceso,
Di novo incominciò con voce pia
- Parmi - dicendo - aver più volte inteso
Che il primo officio di cavalleria
Sia la ragione e il dritto aver diffeso:
Onde, avendo io ciò fatto tuttavia,
Ché di campar costui presi pensiero,
Famme, segnor, ti prego, cavalliero.

E l'arme e il suo destrier me sian donate,
Ché altra volta da lui me fu promesso,
Ed anco l'ho dapoi ben meritate,
Ché per camparlo a risco mi son messo. -
Disse Agramante: - Egli è la veritate,
E così sarà fatto adesso adesso. -
Prendendo da Brunel l'arme e 'l destriero,
Con molta festa il fece cavalliero.

Era Atalante a quel fatto presente,
E ciò veggendo prese a lacrimare,
Dicendo: - O re Agramante, poni mente,
E de ascoltarmi non te desdignare;
Perché di certo al tempo che è presente
Quel che esser debbe voglio indovinare;
Non mente il celo, e mai non ha mentito,
Né mancarà di quanto io dico, un dito.

Tu vôi condurre il giovane soprano
Di là dal mare ad ogni modo in Francia;
Per lui serà sconfitto Carlo Mano,
E cresceratti orgoglio e gran baldancia;
Ma il giovanetto fia poi cristïano.
Ahi traditrice casa di Magancia!
Ben te sostiene il celo in terra a torto;
Al fin serà Rugier poi per te morto.

Or fusse questo lo ultimo dolore!
Ma restarà la sua genologia
Tra Cristïani, e fia de tanto onore,
Quanto alcun'altra che oggi al mondo sia.
Da quella fia servato ogni valore,
Ogni bontate ed ogni cortesia,
Amore e legiadria e stato giocondo,
Tra quella gente fiorita nel mondo.

Io vedo di Sansogna uno Ugo Alberto,
Che giù discende al campo paduano,
De arme e di senno e de ogni gloria esperto,
Largo, gentile e sopramodo umano.
Odeti, Italïani, io ve ne acerto:
Costui, che vien con quel stendardo in mano,
Porta con seco ogni vostra salute;
Per lui fia piena Italia di virtute.

Vedo Azzo primo e il terzo Aldrovandino,
Né vi so iudicar qual sia maggiore,
Ché l'uno ha morto il perfido Anzolino,
E l'altro ha rotto Enrico imperatore.
Ecco uno altro Ranaldo paladino:
Non dico quel di mo, dico il segnore
Di Vicenzia e Trivisi e di Verona,
Che a Federico abatte la corona.

Natura mostra fuor il suo tesoro:
Ecco il marchese a cui virtù non manca.
Mondo beato e felici coloro
Che seran vivi a quella età sì franca!
Al tempo di costui gli zigli d'oro
Seran congionti a quella acquila bianca
Che sta nel celo, e seran sue confine
Il fior de Italia a due belle marine.

E se l'altro filiol de Amfitrïone,
Qual là si mostra in abito ducale,
Avesse a prender stato opinïone,
Come egli ha a seguir bene e fuggir male,
Tutti li occei, non dico le persone,
Per obedirlo avriano aperte l'ale.
Ma che voglio io guardar più oltra avante?
Tu la Africa destruggi, o re Agramante,