Poi che oltra mar tu porti la semente
De ogni virtù che nosco dimorava;
De qui nascerà il fior de l'altra gente,
E quel, qual sopra a tutto il cor mi grava,
Che esser conviene, e non serà altramente! -
Così piangendo il vecchio ragionava;
Il re Agramante al suo dir bene attende,
Ma di tal cosa poco o nulla intende.
Anci rispose, come ebbe finito,
Quasi ridendo: - Io credo che lo amore,
Il qual tu porti a quel viso fiorito,
Te faccia indovinar sol per dolore.
Ma a questa cosa pigliarem partito,
Ché tu potrai venir con seco ancore,
Anci verrai: or lascia questo pianto. -
Addio, segnor, ché qua finito è il canto.
Canto ventesimosecondo
Se a quei che trïonfarno il mondo in gloria,
Come Alessandro e Cesare romano,
Che l'uno e l'altro corse con vittoria
Dal mar di mezo a l'ultimo oceàno,
Non avesse soccorso la memoria,
Serìa fiorito il suo valore invano;
Lo ardire e senno e le inclite virtute
Serian tolte dal tempo e al fin venute.
Fama, seguace de gli imperatori,
Ninfa, che e gesti e' dolci versi canti,
Che dopo morte ancor gli uomini onori
E fai coloro eterni che tu vanti,
Ove sei giunta? A dir gli antichi amori
Ed a narrar battaglie de' giganti,
Mercè del mondo che al tuo tempo è tale,
Che più di fama o di virtù non cale.
Lascia a Parnaso quella verde pianta,
Ché de salirvi ormai perso è il camino,
E meco al basso questa istoria canta
Del re Agramante, il forte saracino,
Qual per suo orgoglio e suo valor si vanta
Pigliar re Carlo ed ogni paladino.
D'arme ha già il mare e la terra coperta:
Trentaduo re son dentro da Biserta.
E poi che ritrovato è quel Rugiero,
Qual di franchezza e di beltate è il fiore,
L'un più che l'altro a quel passaggio è fiero:
Non fu veduto mai tanto furore.
Or ben se guardi Carlo lo imperiero,
Ché adosso se gli scarca un gran romore;
Contar vi voglio il nome e la possanza
Di ciascadun che vôl passar in Franza.
Venuto è il primo insin de Libicana,
Re Dudrinaso, che è quasi un gigante:
Tutta senz'arme è sua gente villana,
Ricciuta e negra dal capo alle piante;
Ma lui cavalca sopra ad una alfana,
Armato bene è di dietro e davante,
E porta al paramento e sopra al scudo
In campo rosso un fanciulletto nudo.
E Sorridano è gionto per secondo,
Qual signoreggia tutta la Esperia;
Cotanto è in là, che quasi è fuor del mondo,
Ed è pur negra ancor la sua zinia.
Rossi ambi gli occhi e il viso furibondo
Costui che io dico e i labri grossi avia;
Sotto ha una alfana, sì come il primiero.
Or viene il terzo, che è spietato e fiero:
Tanfirïone, il re de l'Almasilla,
Anci nomar si può re del diserto,
Ché non ha quel paese o casa o villa,
Ma tutta sta la gente al discoperto.
Chi me donasse l'arte de Sibilla,
Indovinando io non sarrìa di certo
Della sua gente scegliere il megliore,
Ché senza ardir son tutti e senza core.