Non vi meravigliati poi se Orlando
Caccia costor tal fiata alla disciolta,
E se cotanti ne taglia col brando,
Ché nuda è quasi questa gente istolta;
E sempre è bon cacciare alora quando
Fugge la torma e mai non se rivolta.
Ma dal proposto mio troppo mi parto:
Dett'ho del terzo, odeti per il quarto,
Ch'è Manilardo, il re de la Norizia,
La qual di là da Setta è mille miglia;
De pecore e di capre ha gran divizia,
E la sua gente a ciò se rassomiglia.
Non han moneta e non hanno avarizia
De oro e de argento; e non è maraviglia,
Che tra noi anco il bove né il montone
Ciò non desia, perché è senza ragione.
Il re di Bolga, il quinto, è Mirabaldo,
Che è longi al mare ed abita fra terra.
Grande è il paese, tutto ardente e caldo,
Sempre sua gente con le serpe han guerra.
Il giorno va ciascun sicuro e baldo,
La notte ne le tane poi si serra;
D'erba se pasce, e non so che altro guste:
Scrive Turpin che vive de locuste.
Re Folvo è il sesto, il qual venne di Fersa:
Non trovo gente di questa peggiore;
Come il sol se alcia al mezo giorno, è persa,
Biastemando chi 'l fece e 'l suo splendore.
La feccia qua del mondo se roversa,
Per dar travaglia a Carlo imperadore.
Or vengano pur via, gente balorda,
Che ogni cristian ne avrà cento per corda.
E se nulla vi manca, per aiuto
Già Pulïano, il re di Nasamona,
Con gente di sua terra è qua venuto.
Non trovaresti armata una persona;
Chi porta mazza e chi bastone acuto,
Trombe ni corni a sua guerra si suona;
Avengaché il suo re sia bene armato,
Di molto ardire e gran forza dotato.
Il re de le Alvaracchie è Prusïone,
Che le Isole Felice son chiamate,
E tra gli antiqui ne è larga tenzone,
E ne le istorie molto nominate.
Ma lui condusse alla terra persone
Ignude quasi, non che disarmate;
Ciascun portava in mano un tronco grosso,
E sol di pelle avean coperto il dosso.
Venne Agrigalte, il re de la Amonia,
Qual ha il suo regno in mezo de la arena.
Una gran gente detro a lui seguia,
Ma tutta quanta de pedocchi è piena.
Apresso di questo altro ne vien via
Re Martasino, e la sua gente mena,
Qual più de altre de arme non se vanta:
Il giovanetto è re di Garamanta.
Perché, dopo che morto fu il vecchione,
Quale era negromante e incantatore,
Il re concesse questa regïone
A Martasino, a cui portava amore.
Apresso a questo venne Dorilone;
Aveva pur costui gente megliore,
Ché è re di Septa ed ha porto su il mare;
La gente sua selvatica non pare.
Vennevi ancora Argosto di Marmonda,
Che stimato è guerrer molto soprano.
Il suo paese di gran pesci abonda,
Perché è disteso sopra allo oceàno,
Tornando dietro al mare, alla seconda.
Bambirago d'Arzila, a destra mano.
La gente di costor è de una scorza
Nera, come è il carbon quando se smorza.
Ma tra' Getuli avea perso Grifaldo,
Che, via passando, non me venne a mente.
Lontano è al mare il suo paese caldo,
Populo ignudo, tristo e da nïente.
Bardulasto era morto, quel ribaldo,
Ma novo re fu posto alla sua gente,
La qual condotta venne da Alghezera;
Questa tra l'altre è ben gagliarda e fiera.