E seco Avino e Ottone e Berlengiero
E Avorio, che anco lui fu paladino;
Avenga che io nol ponga per primiero,
Pur va con gli altri, e dietro a lui Turpino.
Alor se radoppiò lo assalto fiero
E levossi di novo alto polvino;
Altro che trombe non se ode nïente,
E lancie rotte de una e de altra gente.
Carlo chiamò da parte Bradamante,
Ch'è fior de gagliardia, quella donzella,
E 'l bon Gualtiero, il cavalliero aitante,
Ed alla dama in tal modo favella:
- Tu vedi il monte il quale è qua davante.
Là con Gualtiero a quel bosco ti cella,
Con questi cavallier che teco mando,
Né te partir di là, se io nol comando. -
Ella ne andò; ma sopra di quel piano
Era battaglia sì crudele e stretta,
Che nol potria contare ingegno umano.
A furia vien la gente maledetta;
Benché il franco Olivier col brando in mano
Di qua di là gli taglia a pezzi e fetta,
Pur si diffende assai la gente fiera:
Ecco de il monte scende un'altra schiera.
Questo è il re Stordilano, e Malgarino
E Baricondo è seco e Sinagone,
E Maradasso più gli era vicino:
La schiera guida al campo Falcirone.
Costui portava al suo stendardo un pino
Col foco ne le rame e nel troncone,
Ed ha la gente spessa come piova:
Ben vi so dir che il gioco se rinova.
Alor Grandonio, quella anima accesa,
Qual mai non se ha potuto adoperare,
Sol per tenir la sua gente diffesa
(Ché a ricoprirla troppo avea che fare),
Ora una lancia in su la coscia ha presa,
E sopra Salamon se lascia andare.
Avendo posta già quella asta a resta,
Roverso al campo il getta con tempesta.
Guido abattuto fu da Serpentino,
Io dico Guido il conte de Monforte,
E non il Borgognon, che è paladino,
Il qual si stava con re Carlo in corte.
Or Balugante, il forte saracino,
Al conte de Rivera diè la morte,
Dico a Iachetto; gionselo al costato,
E via passando lo distese al prato.
Quando il Danese vidde Balugante,
Che avea in tal modo morto il giovanetto,
Turbato acerbamente nel sembiante
Sprona il ronzone adosso al maledetto.
Gionse al cimier, che è un corno de elefante,
E specciòl tutto e roppe il bacinetto,
E se dritto il colpiva a compimento,
Tutto il fendeva di sotto dal mento.
Ma il brando per traverso un poco calla,
Sì che una guanza con la barba prese,
E venne gioso e colse nella spalla,
Né piastra grossa o maglia la diffese.
Nel scudo de osso il bon brando non falla,
Ma seco ne menò quanto ne prese,
E fo sì gran ferita e sì diversa,
Che quasi ha lui da poi la vita persa.
Ma Balugante volta il suo ronzone
Menando le calcagne forte e spesso,
Sin che fo avante al re Marsilïone,
Come io vi contarò qua poco apresso.
Ora Oliviero abatte Sinagone,
Ed hagli il capo insino ai denti fesso:
Barbuta non gli valse o l'elmo fino;
E poi se volta e segue Malgarino.
Ma non lo aspetta lui, che è impaurito;
Mostrògli Sinagon ciò che 'l die' fare,
Ed ebbe senno a pigliar bon partito.
Ecco Grandonio, che un serpente pare:
E gionse Avino, il giovanetto ardito,
E sottosopra il fece trabuccare;
Poi Belengero abatte in sul sabbione,
E seco Avorio e il suo fratello Ottone.