Come fu gionto, e vidde che il Danese
Condotto ha Malgarino a mal partito,
Sopra de Ogiero un gran colpo distese
Dal lato manco in su l'elmo forbito,
Quale era grosso e ponto nol diffese,
Perché aspramente al capo l'ha ferito.
Volta il Danese a lui, forte adirato:
Bene ha di che, sì come io vi ho contato.
Cominciarno battaglia aspra e feroce
Que' duo guerrer mostrandosi la fronte,
Benché Curtana a quelle arme non nôce,
Ché eran fatate per tagli e per ponte.
Or cresce un novo crido ed alte voce,
Ché un'altra schiera giù calla del monte,
Maggiore assai de l'altre due davante:
Non fur vedute mai gente cotante.
Colui che vien davanti è Folicone,
Il figlio de Marsilio, che è bastardo,
Che ha de Almeria la terra e il bel girone:
Ben vi posso acertar che egli è gagliardo.
Larbin de Portugallo, il fier garzone,
Gli viene apresso in su un corsier leardo;
Maricoldo il Galego, che è gigante,
Vien seco, e lo Argalifa e il re Morgante;
Ed Alanardo, conte in Barzelona,
Vi venne, e Dorifebo, il fier pagano,
Qual porta di Valenza la corona,
E il conte de Girona, Marigano,
E il franco Calabrun, re de Aragona.
Par che quel monte giù roini al piano;
A sì gran folta ne vien via la gente,
Che par che il cel profondi veramente.
Quando re Carlo vidde gente tante,
Ben se crede quel dì de aver gran scorno;
Chiamando a sé Ranaldo e il sir de Anglante,
- Filioli, - dicea - questo è il vostro giorno! -
E poi mandava un messo a Bradamante
Che, giù voltando quella costa intorno,
Quanto nascosta può, per quella valle
Ferisca a i Saracin dietro alle spalle.
E dapoi che ebbe la dama avisata,
Ranaldo e Orlando chiamò, con amore
Dicendo a lor: - Questa è quella giornata
Che sempre al mondo vi può fare onore:
Or questa è quella che ho sempre espettata
Per discerner qual sia di voi megliore;
Per mia man seti entrambi cavallieri,
Né so di qual di voi meglio mi speri.
Or via, miei paladini, alla battaglia!
Ecco e nimici! Io non vi gli nascondo;
Fatime un squarcio entro a quella canaglia,
Che sempre mai di voi se dica al mondo.
Io non li stimo tutti un fil di paglia,
Quando io vi guardo il viso furibondo;
Nel vostro viso ben mi sono accorto
Che il mio nemico è già sconfitto e morto. -
Non aspettâr più oltra e duo baroni
Il ragionar che fece Carlo Mano.
Come dal cel turbato escon duo troni,
E duo venti diversi allo oceàno,
Così van loro a furia di ronzoni.
Ahi sventurato e tristo quel pagano,
Qual sia scontrato da Ranaldo ardito!
Né quel de Orlando avrà meglior partito.
Ranaldo avanti il conte un poco avancia,
Perché aveva il destrier più corridore;
A mezo il corso aresta la sua lancia,
Spronando tutta fiata a gran furore.
Il re Larbino avea molta arrogancia,
Come hanno tutt'e Portugesi il core;
E veggendo venire il fio de Amone,
- Chi è costui, - disse - che ha sì bel ronzone?
Come ne vene! E' par che metta l'ale!
E pure ha un gran poltrone armato adosso;
Per manco nol darebbe come il vale,
Né lasciarebbe del suo pregio un grosso.
E veramente che io faccio ben male
Ferire a quel meschin, ma più non posso;
Qua fusse Orlando con Ranaldo a un fasso,
Ché io so che a un colpo l'uno e l'altro passo. -