Così dicendo il re, che è bravo tanto,
Un tronco for di modo ebbe arestato.
Ranaldo ne venìa da l'altro canto,
E l'uno a l'altro a gran corso è scontrato;
Quel roppe il tronco grosso tutto quanto,
E questo lui passò da l'altro lato,
Dico Ranaldo il passa, e la sua lancia
Dietro alle spalle un gran braccio gli avancia.
Poi lo urta a terra e quella asta abandona,
E dà tra gli altri con Fusberta in mano.
Forte era Calabron, re de Aragona,
Quanto fosse nel campo altro pagano,
Ad ogni prova de la sua persona.
Costui, veggendo il senator romano
Che vien spronando con la lancia a resta,
Verso di lui se mosse a gran tempesta.
Chi li avesse cernuti ad uno ad uno,
Duo più superbi non avea quel campo,
Come era quel Larbino e Calabruno,
Che contra al conte vien con tanto vampo;
Benché gli serìa meglio esser digiuno
Di cotal prova e di cotale inciampo,
Ché il conte lo passò da banda a banda,
E morto for de arcione a terra il manda.
Poi dà tra gli altri e trasse Durindana,
Perché allo incontro avea rotta la lanza.
Come apre il mare intrando una fiumana,
Così quel paladin, che è il fior di Franza,
Nel mezo a quella gente ch'è pagana,
Dimostra molto ardire e gran possanza,
Tagliando e dissipando ad ogni mano;
L'arme spezzate insino al cel ne vano.
Ecco nel campo ha visto un gran pedone:
Questo era Maricoldo di Galizia,
Che fa de' nostri tal destruzïone
Che a riguardare egli era una tristizia.
Il conte lo mirava di storzone,
Ché de sì fatti avea morti a dovizia,
Fra sé dicendo: "Sì grandon ti veggio,
Ch'io te voglio ascurtar un piede e meggio."
E parlando così come io ve conto,
Con lui se azuffa e fu corto quel gioco,
Ché dove avea segnato, lo ebbe agionto;
Nïente vi lasciò del collo, o poco,
Ed ascurtollo un piede e mezo aponto.
Poi dà tra gli altri; come fusse un foco
Posto di zugno in un campo de biada,
Così destrugge e taglia con la spada.
Re Stordilano abatte e Baricondo,
E' soi destrier e lor getta in un fasso.
Colpito ha in fronte il primo, e quel secondo
Avea ferito nel gallone al basso;
La gente saracina va in profondo.
Ecco scontrato al campo ha Maradasso,
Maradasso da Argina, lo Andaluccio,
Che ha per insegna e per cimero un struccio.
Sì come io dico, è re de Andologia
Quel Maradasso che il struccio portava.
Per tutto il campo Orlando lo seguia,
Ma per nïente lui non lo aspettava;
Onde cacciosse tra l'altra genia.
Chi contarebbe e colpi che menava?
Questo ha per largo e quel per lungo aperto:
Dal capo al piè di sangue era coperto.
Né già Ranaldo fa minor roina
Ove si trova con Fusberta in mano,
Ché intrato è tra la gente saracina,
E tutta in pezzi la distende al piano;
Menar Fusberta mai non se raffina.
Ora ecco ha visto il forte Marigano,
Qual, come io dissi, è conte de Girona;
Sopra di lui Ranaldo se abandona.
Ed ebbel gionto in testa con Fusberta,
E fraccassò il cimiero e il bacinetto;
La fronte e la gran barba gli ebbe aperta,
E callò il brando insino a mezo il petto.
Fugge allo inferno la anima diserta,
Rimase in terra il corpo maledetto.
Quivi lo lascia il paladin gagliardo
E dietro in caccia è posto ad Alanardo: