Conte Alanardo, quel barcelonese.
Ranaldo non gli pone differenza;
O sia de l'uno o de l'altro paese,
Tutti gli mena al pare a una semenza.
Questo stordito per terra distese;
Poi Dorifebo, che era di Valenza,
Abatte al campo sì de un colpo crudo:
Rotto avia l'elmo e fraccassato il scudo.
Come alla verde selva del ginepre
Se 'l foco dentro vi è posto talora
Per cacciar fora caprioli e lepre,
La fiama intorno e in mezo se avalora;
Tal da Ranaldo convien che si sepre
Quella canaglia, e non prende dimora,
Ché gli spaventa e caccia in ogni loco,
Come la lepre e il capriolo il foco.
Lui lo Argaliffa abatte e Folicone,
E il re Morgante for di sella caccia:
Il primo avea ferito nel gallone,
El secondo nel petto, e 'l terzo in faccia.
Chi contaria la gran destruzïone?
A questo taglia il collo, a quel le braccia;
Non se vidde giamai tanta tempesta:
Sin da le piante è sangue in su la testa.
Dico, segnor, che il bon Ranaldo ardito
Tutto era sangue dal capo alle piante:
Non dico già che lui fosse ferito,
Ma per le gente che ha occise cotante.
Ora di lui vi lascio a tal partito,
Però che io vo' tornare a Balugante,
Qual, dissipato a gran confusïone,
Gionse davante al re Marsilïone.
Rotto avea il capo e aperta una masella,
Fessa una spalla, e il scudo avea perduto,
E dimenando se crollava in sella,
Come morendo al fin fosse venuto.
E benché apena con dolor favella,
Pur quanto più potea, cridava: - Aiuto!
Aiuto! aiuto! ché il re Carlo Mano
Tutta tua gente ha dissipata al piano. -
Quando ciò vidde il re Marsilïone,
Ambe le man se batte in su la fronte,
E forte biastemando il suo Macone
Facea le ficche al celo a pugne gionte;
Poi comanda a ciascun che sia in arcione.
Feraguto fu il primo e Rodamonte,
Re Malzarise apresso e Folvirante;
Questo non è spagnol, ma di Levante,
Benché al presente sia re di Navara,
Ché il re Marsilio a lui l'avea donata;
Ma questo giorno li costarà cara.
Or viene a furia giù la gran brigata,
Che a riguardar parìa mille migliara.
Non dico che sian tanti tutta fiata;
Ma chi all'incontro e suoi nemici vede,
Più del dovere assai gli estima e crede.
Come io ve dico, giù callano al piano:
Par che profondi il mondo da quel lato;
Tutti meschiati e senza ordine vano,
Sì come vôl Marsilio disperato.
Bavarte era davanti e Languirano
(Ciascuno era de un regno incoronato),
E Doriconte apresso e Baliverno
E il vecchio Urgin, che è schiavo de l'inferno.
Par che la terra e il mare e il cel ruine;
Ciascun di essere il primo a denti freme.
Ma quelle dame misere e tapine
Li guardan drieto, e chi piange e chi geme;
E tutte le donzelle e le regine
Battean le palme lacrimando insieme,
Dicendo ai cavallier: - Per nostro amore
Oggi mostràti se aveti valore!
Voi ben vedeti che alle vostre mani
Macone ha posta nostra libertate;
Via nel bon ponto, o cavallier soprani,
Contra a' nemici! e sì ve diportate,
Che non giongiamo in forza di que' cani,
Sendo in eterno poi vituperate.
Nostra persona e l'anima col core
Vi acquistareti e insieme il vostro onore. -