Il conte Gano e lo ongaro Otachiero,
Contra di lor spronando a gran baldanza;
E Rodamonte, che gionse primero,
Scontrò nel scudo al conte di Maganza.
Tutto il fraccassa il saracino altiero,
E usbergo e 'l fianco passa con la lanza.
Turpino il dice, ed io da lui lo scrivo,
Che Satanasso alor lo tenne vivo.

Questo servizio allor gli fie' di certo,
Per far dapoi dell'anima più straccio.
Or Feraguto, il cavalliero esperto,
Ben dette ad Otachier più presto spaccio;
Usbergo e scudo tutto gli ebbe aperto,
Dietro a le spalle andò di lancia un braccio.
Caderno entrambi a grave disconforto:
L'un mezo è vivo, e l'altro al tutto morto.

E dui pagan lasciâr costoro in terra,
E dan tra' nostri a briglia abandonata;
Il conte Gano ben presto si sferra,
E se nascose, l'anima dannata.
Or chi me aiuta a ricontar la guerra
Che fan color, crudele e disperata?
Io non mi credo mai di poter dire
L'aspre percosse e il lor crudo ferire.

Lingua di ferro e voce di bombarda
Bisognarebbe a questo racontare,
Che par che 'l cel de lampi e di foco arda,
Veggendo e brandi intorno fulminare;
E benché nostra gente sia gagliarda,
Contra a' duo saracin non può durare,
Come iudichi il cel quel giorno a morte
Lo imperatore e la sua real corte.

Questo da quella e quel da questa banda
Armi e persone tagliano a traverso;
Il re Carlone a Dio si racomanda,
Ché, come gli altri, di stupore è perso,
Benché per tutto provede e comanda;
Ma tanto è il crido orribile e diverso
Di gente occisa e de arme il gran rumore,
Che non intende alcun lo imperatore.

Ma ciascaduno, ove meglio far crede,
Corre alla zuffa come disperato;
Ben vi so dir, se Dio non gli provede,
Che Carlo questo giorno è disertato,
E rimarrà la Francia senza erede,
Ché ogni barone a quel campo è tagliato,
Ed è occiso anco il popol più minuto
Da Rodamonte insieme e Feraguto.

Dal destro lato intrò re Rodamonte
Col brando di Nembrot ad ambe mano,
E partì Ranibaldo per la fronte,
Duca de Anversa, che è bon cristïano.
Da poi Salardo, che de Alverna è conte,
Taglia a traverso e lascia morto al piano;
Ugo e Raimondo trova il maledetto,
L'un sino al collo e l'altro fende al petto.

Quel di Cologna, e questo era Picardo:
Il Saracino a terra gli abandona,
E gli altri occide senza alcun riguardo
Quel re che di prodezza è la corona;
Né di lui Feraguto è men gagliardo,
Ché meraviglia fan de la persona:
Ranier di Rana, il patre de Oliviero,
Ferito a morte abatte del destriero;

E il conte Ansaldo, il quale era alemano,
Ed è segnor de la città de Nura,
Percote sopra a l'elmo ad ambe mano,
E tutto il parte insino alla cintura.
Tutta la gente fugge per il piano:
Chi non avria di que' colpi paura?
Duca di Clevi, il duca di Sansogna,
Ciascuno ha un colpo, e più non vi bisogna;

Però che il collo a l'un tagliò di netto,
Volò via il capo e l'elmo col cimiero;
L'altro divise da la fronte al petto,
Poi dà tra gli altri quel saracin fiero.
Re Carlo avea di ciò tanto dispetto,
Che non capìa di doglia nel pensiero.
Ecco Marsilio ariva e la gran gente:
Non sa re Carlo che farsi nïente.