Perché venendo lo vidde passare,
Ed era seco a lato Balduvino,
Qual forse questo gli debbe contare,
Però che anch'esso a Carlo era vicino.
Quando Ranaldo odìa ciò racontare,
Forte piangendo disse: - Ahimè tapino!
Che se egli è ver ciò che costui favella,
Perduta ho in tutto Angelica la bella.

Se di me prima là vi gionge Orlando,
Io so che Carlo aiutarà di certo,
Ed io serò, come fui sempre, in bando,
Disgrazïato, misero e diserto.
Almen potevi tu venir trottando!
Venuto sei di passo, io il vedo aperto,
Né me il faria discreder tutto il celo,
Ché il tuo destrier non ha sudato un pelo. -

- A tutta briglia venni speronando, -
Rispose Ugetto - e tu pur fai dimora;
Or che sai tu se qualche impaccio Orlando
Ha retenuto, e non sia gionto ancora?
Tu provar debbi la ventura, e quando
Venga fallita, lamentarti alora;
Sì presto è il tuo destrier, che a questo ponto
Prima de ogni altro ti vedo esser gionto. -

Parve a Ranaldo che il dicesse il vero,
Però ben presto se pose a camino.
Spronando a tutta briglia il suo destriero,
A gran fraccasso va quel paladino;
Qualunque trova sopra del sentiero,
O voglia esser cristiano o saracino,
Con lo urto getta a terra e con la spada,
Né vi ha riguardo, pur che avanti vada.

Marcolfo il grande, che fu un pagano
Che servia in corte il re Marsilïone,
Il qual, seguendo e nostri in su quel piano,
Scontrossi a caso nel figlio de Amone,
Che de Fusberta lo gionse a due mano
E tutto lo partì sino al gallone;
E poco apresso truova Folvirante,
Re di Navarra, di cui dissi avante.

Ranaldo de una ponta l'ha percosso,
Dietro alle spalle ben tre palmi il passa,
E de urto gli cacciò Baiardo adosso
Percotendolo a terra, e quivi il lassa;
E Balivorne, quel saracin grosso,
Che avea rivolto al capo una gran fassa,
De cotal colpo tocca con Fusberta,
Che gli ha la faccia insino al collo aperta.

Ranaldo non gli stima tutti uno asso,
Pur che se spacci a trovar Carlo Mano.
Ecco uno abbate ch'è davanti al passo,
Limosinier di Carlo e capellano:
Grassa era la sua mula, e lui più grasso,
Né sa che farsi, a benché sia nel piano:
Questo avea tanta tema de morire,
Che stava fermo e non sapea fuggire.

Ranaldo l'urta a mezo del camino,
Lui cadde sotto, sopra è la sua mulla;
Quel che ne fosse, non scrive Turpino,
Ed io più oltra ve ne so dir nulla.
Sopra a lui salta il franco paladino,
E ben col brando intorno se trastulla,
Facendo braccie e teste al cel volare:
Ben vi so dir che largo se fa fare.

Ecco davanti vidde una gran folta,
Ma che sia in mezzo non pô discernire.
Questa è gente pagana, che era involta
De incerco a Carlo per farlo morire;
E dietro tanta vi ne era aricolta,
Che ad alcun modo non ne potea gire;
Ben che lui mostri arditamente il viso
E si diffenda, pur l'avriano occiso.

Ranaldo adosso a lor sprona Baiardo,
Avenga che non sappia di quello atto,
Ma, come dentro al cerchio fie' riguardo,
Subitamente se accorse del fatto.
Qui vi so dir che se mostra gagliardo,
Onde il re Carlo il cognobbe di tratto,
- Aiutami, - dicendo, - filiol mio,
Ché al mio soccorso te ha mandato Iddio! -