Parlava Carlo, e tuttavia col scuto
Stava coperto e la spada menava,
E veramente gli bisogna aiuto,
Tanta la gente adosso gli abondava.
Di Corduba era il conte qua venuto
(Partano il saracin se nominava),
Qual mai non lascia che Carlo se mova;
Per dargli morte pone ogni gran prova.
Ma gionto da Ranaldo all'improviso
Non se diffese, tanto impaurì;
A benché in ogni modo io faccia avviso
Che il fatto serìa pur gito così.
Ranaldo dà ne l'elmo, e fesse il viso,
E 'l mento e il collo, e il petto gli partì.
Lascialo andare, e mena a più non posso
A un altro, che al re Carlo è pure adosso.
Questo era il conte de Alva, Paricone:
Ranaldo lo tagliò tutto a traverso
E prestamente prese il suo ronzone.
Però che quel de Carlo era già perso;
E tanto se sostenne il fio de Amone,
Dando e togliendo in quel stormo diverso,
Che a mal dispetto de ciascun pagano
Sopra al destrier salì re Carlo Mano.
Né bisognava che fosse più tardo,
Perché non era apena in su la sella,
Che Feraguto, il saracin gagliardo,
E 'l re Marsilio gionse proprio in quella.
Venian quei duo pagan senza riguardo,
Ciascaduno a due man tocca e martella;
Come tra gente rotta e dissipata,
Venian ferendo a briglia abandonata.
La nostra gente avante a lor non resta,
Ma fugge in rotta, piena di spavento;
Chi avia frappato il viso e chi la testa:
Non fu veduto mai tanto lamento.
Ma quando Carlo e i baron di sua gesta
Al campo se voltâr con ardimento,
Ed apparbe Ranaldo in su Baiardo,
Chi più fuggiva, più tornò gagliardo.
Suonâr le trombe e il crido se rinova,
E la battaglia più s'accende e aviva.
Ciascuno intorno a Carlo se ritrova,
Né mostra de esser quel che mo fuggiva,
Anci per amendar pone ogni prova.
Marsilio, che sì ratto ne veniva,
E Feraguto ancor da l'altro canto,
A ciò mirando, se affermarno alquanto.
Ciascun di loro in su la briglia sta,
Già non temendo che altri se gli appressi;
Or l'uno e l'altro a furia se ne va
Ove e nimici son più folti e spessi.
E' si suol dir che Dio gli uomini fa,
Poi se trovano insieme per se stessi,
Sì come Carlo al re Marsilïone
Trovosse, e Feraguto al fio de Amone.
Oh colpi orrendi! oh battaglia infinita!
Che chi l'avesse con gli occhi veduta,
Credo che l'alma tutta sbigotita
Per tema avria cridato: "Aiuta! aiuta!'
E, poi che fosse for del corpo uscita,
Mai non serebbe in quel loco venuta,
Per non vedere in viso e due guerrieri
De ira infiamati e de arroganza fieri.
Or de Marsilio e de lo imperatore
Vi lasciarò, ch'io non ne fo gran stima,
E contarò la forza e il gran valore
De gli altri duo, che son de ardire in cima.
A cominciarla mi spaventa il core:
Che debbo io dire al fin? che dirò in prima?
Duo fior di gagliardia, duo cor di foco
Sono a battaglia insieme a questo loco.
E cominciarno con tanta ruina
L'aspra baruffa e con tanto fraccasso,
Che già non sembra che da la mattina
Sian stati in arme al sol che era già basso.
Ciascun stare al suo loco se destina,
Né se tirâr dal campo a dietro un passo,
Menando colpi di tanto furore
Che a' riguardanti fa tremare il core.