Ranaldo gionse in fronte a Feraguto,
E se non era quello elmo affatato,
Lo avria fiaccato in pezzi sì minuto,
Che ne l'arena non se avria trovato.
Callò Fusberta e giù colse nel scuto,
Che era di nerbo e di piastra ferrato;
Tutto lo spezza e tocca ne lo arcione:
Mai non se vidde tal destruzïone.
E ben responde il saracino al gioco,
Ferendo a lui ne lo elmo di Mambrino,
E quel se divampava a fiamma e foco,
Ma nol puote attaccar, cotanto è fino.
Il scudo fraccassò proprio a quel loco
Che a lui avea fiaccato il paladino,
E gionse ne lo arcione a gran tempesta:
Più de tre quarti en porta a la foresta.
Né pone indugia, ché un altro ne mena,
E gionse pur ne lo elmo di traverso.
Pensàti se egli avea soperchia lena:
Quasi Ranaldo a terra andò roverso,
E se sostenne con fatica e pena;
La vista aveva e lo intelletto perso.
Baiardo il porta e nel corso se serra,
Ciascun che 'l guarda, dice: - Eccolo in terra! -
Ma pur rivenne, e veggendo il periglio
A che era stato e la vergogna tanta,
Tutto nel viso divenne vermiglio
Dicendo: - Un Saracin di me si vanta?
Ma se mo mo vendetta non ne piglio,
La vita vo' lasciarvi tutta quanta,
E l'anima allo inferno e il corpo a' cani,
Se mai de ciò se vanta tra' Pagani. -
Mentre che parla, ponto non se aresta,
Ma mena a Feraguto invelenito,
E gionse il colpo orribile alla testa,
Tal che alle croppe il pose tramortito.
Ferir non fu giamai di tal tempesta:
Ben stava il saracino a mal partito,
Per uscir da ogni lato dello arcione;
Quasi mezza ora stette in stordigione.
Il sangue gli uscia fuor di bocca e naso,
Già ne avea lo elmo tutto quanto pieno.
Or lasciar me il conviene in questo caso,
Ché la istoria ad Orlando volge il freno.
Dietro a Ranaldo è il paladin rimaso,
Però che 'l suo destrier corre assai meno,
Io dico Brigliador, che non Baiardo;
Però qua gionse il conte un poco tardo.
Quando fu gionto e vidde il re Carlone
Fuor di periglio in su lo arcion salito,
Che avea afrontato il re Marsilïone,
Anci in tre parte già l'avea ferito;
E d'altra parte il franco fio de Amone
Conduce Feraguto a mal partito:
Quando ciò prese il conte a rimirare,
- Ahimè! - diceva, - qua non ho che fare!
A quel che io vedo, le poste son prese;
Male aggia Balduino il traditore!
Qual bene è de la gesta maganzese,
Che in tutto il mondo non è la peggiore.
Per lui son consumato alla palese,
Perduta è la speranza del mio amore;
Persa è mia gioia e il mio bel paradiso
Per lui che tardo gionse a darmi avviso.
Ben dirà Carlo ch'io venni in gran fretta
Per dargli aiuto, come io debbo fare!
Ma tu, gente pagana maledetta,
Tutta la pena converrai portare;
Sopra di voi serà la mia vendetta,
E, se io dovessi il mondo ruïnare,
Farò quanto Ranaldo questo giorno,
O che davanti a Carlo mai non torno. -
Così dicendo in dietro si rivolta,
Torcendo gli occhi de disdegno e de ira.
Sì come un tempo oscuro alcuna volta,
Che brontolando intorno al cel se gira,
E il tristo villanel che quello ascolta,
Guarda piangendo e forte se martira;
E quel pur viene ed ha il vento davante,
Poi con tempesta abatte arbori e piante: