Cotal veniva col brando a due mano
Il conte Orlando, orribile a guardare.
Non ebbe tanto ardire alcun pagano
Che sopra al campo osasse de aspettare;
Tutti a ruina e in folta se ne vano,
Ma il conte altro non fa che speronare,
Dicendo a Brigliador gran villania,
Dandoli gran cagion del mal che avia.

Il primo che egli agionse in suo mal ponto,
Fu Valibruno, il conte de Medina,
E tutto lo partì, come io vi conto,
Dal capo in su lo arcion con gran ruina.
Poscia Alibante di Toledo ha gionto,
Che non avea la gente saracina
Di lui maggior ladrone e più scaltrito;
Orlando per traverso l'ha partito.

Poi dà tra gli altri e trova Baricheo,
Che ha il tesor di Marsilio in suo domino;
Costui primeramente fu giudeo,
E da poi cristïan, poi saracino,
Ed in ciascuna legge fu più reo,
Né credeva in Macon né in Dio divino.
Orlando lo partì dal zuffo al petto:
Non so chi se ebbe il spirto maledetto;

Non so se tra' Giudei o tra' Pagani
Giù ne lo inferno prese la sua stanza.
Il conte il lascia, e tra' Saracin cani
Ferisce ad ogni banda con baldanza.
Sì come in Puglia ne gli aperti piani
Ponesse il foco alcun per mala usanza,
Quando tra' il vento e la biada è matura,
Ben faria largo e netto alla pianura;

Cotal tra' Saracini il sir de Anglante
Tagliando e dissipando ne veniva.
Ecco longi cernito ebbe Origante,
Ma nol volse ferir quando fuggiva;
Anci correndo gli passò davante,
E poi se volta e nel scudo lo ariva,
E taglia il scudo e lui con Durindana,
Sì che in duo pezzi il manda a terra piana.

Di Malica segnore era il pagano
Qual v'ho contato che è in duo pezzi in terra;
Orlando tocca Urgino ad ambe mano,
E in due bande aponto lo disserra.
A Rodamonte, il quale era lontano
E facea in altro loco estrema guerra,
Fu aportato il furore e 'l gran periglio
Nel quale è Feraguto e il re Marsilio.

Incontinente lascia Salamone,
Quel di Bertagna, che era rimontato;
E mal per lui, però che nel gallone
E in faccia Rodamonte l'ha piagato;
E già lo trabuccava de lo arcione,
Che tutto il mondo non lo avria campato,
Quando quel messo ch'io dissi, giongia;
Lui lascia Salamone e tira via.

Ne lo andar trovò il duca Guielmino,
Sir de Orlïense, de gesta reale;
Insino ai denti il parte il saracino,
Ché la barbuta, o l'elmo non vi vale.
Quanto più andando avanza del camino,
Più gente urta per terra e fa più male;
Ovunque passa quel pagano ardito,
Qual morto abatte e qual forte ferito.

Missère Ottino, il conte di Tolosa,
E il bon Tebaldo, duca di Borbone,
Per terra abatte in pena dolorosa,
E via passando con destruzïone
Trovò la terra tutta sanguinosa,
E un monte de destrieri e di persone,
L'un sopra a l'altro morti e dissipati:
Il conte è quel che gli ha sì mal menati.

Quivi le strida e il gran lamento e il pianto
Sono a quel loco ove se trova Orlando,
Quale era sanguinoso tutto quanto,
E mena intorno con ruina il brando.
Ma già finito nel presente è il canto,
Che non me ne ero accorto ragionando;
Segue lo assalto di spavento pieno,
Qual fo tra il conte e il figlio de Ulïeno.