Canto ventesimoquinto
Se mai rime orgogliose e versi fieri
Cercai per racontare orribil fatto,
Ora trovarle mi farà mestieri,
Però che io me conduco a questo tratto
Alla battaglia con duo cavallieri,
Che questo mondo e l'altro avrian disfatto;
Tra ferro e foco inviluppato sono,
Ché l'altre guerre ancor non abandono.
Perché dove è il Danese e Serpentino,
Ov'è Olivieri e Grandonio si geme;
E il re Marsilio e il figlio di Pipino,
Quanto se può, ciascun sopra se preme;
Ranaldo e Feraguto il saracino
Fan più lor duo che tutti gli altri insieme;
Ed or di novo Orlando e Rodamonte
Per più ruina son condutti a fronte.
Sì come a l'altro canto io vi ebbi a dire,
Ciascun di loro avanti avea gran cazza;
Cristian né Saracin potean soffrire,
Perché l'un più che l'altro assai ne amazza.
Quando la gente gli vide venire,
Ognun a più poter fa larga piazza;
Come avante al falcone e storni a spargo,
Fugge ciascun cridando: - Largo! largo! -
E quei duo cavallier con gran baldanza
Se urtarno adosso, senza più pensare.
Avea prima ciascun rotta sua lanza,
Ma con le spade ben vi fo che fare,
Menando i colpi con tanta possanza,
Che ciascadun che sta intorno a mirare
Di trare il fiato apena non se attenta,
Tanto al ferire estremo se spaventa.
Barbute e scudi e usberghi e maglie fine
Ne porta seco a ogni colpo di spada,
Come lo inferno e il cel tutto ruine,
E mare e terra con fraccasso cada;
E la piastra percossa a polverine
Vola de intorno e non so dove vada,
Ché ogni pezzo è sì minuto e poco
Che non se trovarebbe in alcun loco.
E se non fosse per gli elmi affatati
Che aveano in capo, e la bona armatura,
Non vi seriano a quest'ora durati,
Per la battaglia tenebrosa e scura;
Ché tanto sono e colpi smisurati,
Che pure a racontarli è una paura;
Quando giongon e brandi in abandono,
Par che 'l cel s'apre e gionga trono a trono.
Re Rodamonte, il quale ardea de andare
Ove era il re Marsilio e Feraguto,
Temendo forse che per dimorare
Giongesse dapoi tardo a dargli aiuto,
Ad ambe mano un colpo lascia andare,
E tocca nel cantone in cima al scuto;
Per lungo il fende a l'altra ponta bassa,
Gionge a l'arcion e tutto lo fraccassa.
Quando se avidde di quel colpo Orlando,
Turbato d'altro, forte disdegnoso,
Ira sopra ira più multiplicando,
Lascia a due mano un colpo tenebroso;
Gionse nel scudo il furïoso brando,
E più di mezo il manda al prato erboso,
Né pone indugia e tira un gran roverso,
E nel guanciale il gionse di traverso.
Fo il colpo orrendo tanto e smisurato,
Che trasse di se stesso quel pagano,
E fo per trabuccar da l'altro lato,
E da la briglia abandona la mano.
Il brando che nel braccio avea legato,
Tirando drieto trasinava al piano,
E sì gli avea ogni lena il colpo tolta,
Che per cader fo assai più che una volta.