Poi che fu il spirto e l'anima venuta,
Ne la sua vita mai fu tanto orribile;
Di presto vendicarse ben se aiuta:
Mena ad Orlando un gran colpo e terribile,
Qual dileguò in tal modo la barbuta,
Che via per l'aria ne volò invisibile,
Più trita e più minuta che l'arena;
Che ormai sia al mondo, non mi credo apena.

Lo elmo de Almonte, che tanto fu fino,
Ben campò alora Orlando dalla morte,
Avenga che a quel colpo il paladino
Del morir corse fino in su le porte;
Di man gli cadde il bon brando acciarino,
Ma la catena al braccio il tiene forte:
Fuor delle staffe ha i piedi, e ad ogni mano
Spesso se piega per cadere al piano.

La gente che de intorno era a guardare,
Ed avea de tal colpi assai che dire,
Subitamente cominciò a cridare:
- Aiuto! aiuto! - e poi prese a fuggire;
Perché, avendosi indietro a riguardare,
Gran schiere sopra a lor vidder venire,
E questo era Gualtier da Monlïone
E Bradamante, la figlia de Amone.

Eran costor fuor dello aguaito usciti,
Sì come avea commesso Carlo Mano:
Ben diece millia cavallieri arditi,
Che avuto impaccio quel giorno non hano.
Per questo i Saracin son sbigotiti,
Ciascuno a più poter spazza quel piano;
E ben presto spaciarsi gli bisogna,
Sì Bradamante a lor gratta la rogna.

Avanti a gli altri la donzella fiera
Più de un'arcata va per la pianura,
Tanto robesta e sì superba in ciera
Che solo a riguardarla era paura;
Là quel stendardo e qua questa bandiera
Getta per terra, e de altro non ha cura
Che di trovare al campo Rodamonte,
Ché del passato se ramenta l'onte,

Quando in Provencia gli occise il destriero
E fece di sua gente tal ruina.
Ora di vendicarse ha nel pensiero,
E di cercarlo mai non se rafina.
Sprezando sempre ogni altro cavalliero,
Via passa per la gente saracina,
Né par pur che di lor se accorga apena,
Benché de intorno sempre il brando mena.

Pur Archidante, il conte de Sanguinto,
Ed Olivalto, il sir de Cartagena,
L'un pose morto a terra, e l'altro vinto,
Perché de intorno gli donavan pena;
Ad Olivalto nel scudo depinto
Una aspra ponta la donzella mena,
E spezzò quello usbergo come un vetro;
Ben più de un palmo gli passò di dietro.

Questo abandona e mena ad Archidante
Ad ambe man, sì come era adirata,
E ne la fronte li gionse davante:
Per sua ventura se voltò la spata;
E lui cadendo a su voltò le piante
E rimase stordito ne la strata.
La dama non ne cura e in terra il lassa,
E ruïnando via tra gli altri passa.

E mena in volta le schiere pagane,
Facendo deleguare or quelle or queste;
Ove ella corre, il segno vi rimane
E fa le strate a tutti manifeste,
Che restan piene di piedi e di mane,
Di gambe e busti e di braccie e di teste;
E la sua gente, che alle spalle mena,
È di gran sangue caricata e piena.

Veggendo tal ruina Narbinale,
Conte de Algira, quel saracin fiero
(Ben che abbia altro mestier, ché fu corsale,
Era ancor destro e forte in su il destriero):
Costui veggendo il gran dalmaggio e il male
Che fea la dama per ogni sentiero,
Con una lancia noderuta e grossa
A lei se afronta e dàgli alta percossa.