E Fiordelisa, quale era seguita
Dentro alla loggia il cavallier soprano,
Veggendo la battaglia esser finita
Dio ne ringrazïava a gionte mano.
Or la porta ove entrarno, era sparita,
E per vederla se riguarda in vano;
Ben per trovarla se affannarno assai,
Ma non se vede ove fusse pur mai.

Onde si stanno, e non san che si fare,
E solo una speranza li assicura:
Che quella dama che gli ebbe a cennare,
Gli mostri a trarre a fin questa ventura.
Ma, stando quivi in ocio ad aspettare,
Cominciarno a mirar la depintura
Che avea la loggia istorïata intorno
Vaga per oro e per color adorno.

La loggia istorïata è in quattro canti,
Ed ha per tutto intorno cavallieri
Grandi e robusti a guisa de giganti,
E con lor soprainsegne e lor cimieri.
Sopra allo arcione e armati tutti quanti
Sì nella vista se mostravan fieri,
Che ciascadun che intrava de improviso,
Facean cambiar per meraviglia il viso.

Chi fu il maestro, non saprebbi io dire,
Il quale avea quel muro istorïato
De le gran cose che dovean venire,
Né so chi a lui l'avesse dimostrato.
Il primo era un segnor di molto ardire,
Benché ha lo aspetto umano e delicato,
Qual per la Santa Chiesa e per suo onore
Avea sconfitto Rigo imperatore.

Apresso alla Ada ne' prati Bressani
Se vedea la battaglia a gran ruina,
E sopra al campo morti li Alemani,
E dissipata parte gibillina.
L'acquila nera per monti e per piani
Era cacciata misera tapina
Dal volo e da gli artigli de la bianca,
A cui ventura né virtù non manca.

Era il suo nome sopra alla sua testa,
Descritto in campo azurro a lettre d'oro;
Benché la istoria assai la manifesta,
Nomar se debbe di virtù tesoro.
Molti altri ivi eran poi de la sua gesta;
E de' gran fatti e de le guerre loro
Tutta era istorïata quella faccia,
Che è da man destra a lato alla gran piaccia.

Ne la seconda vi era un giovanetto,
Che natura mostrò ma presto il tolse;
Per non lasciar qua giù tanto diletto,
Il cel, che ne ebbe invidia, a sé lo volse;
Ma ciò che puote avere un om perfetto
De ogni bontate, in lui tutto se accolse:
Valor, beltate e forza e cortesia,
Ardire e senno in sé coniunti avia.

Contra di lui, di là dal Po nel piano,
Eran Boemi ed ogni gibillino,
Con quel crudel che il nome ha di Romano,
Ma da Trivisi il perfido Azolino,
Che non se crede che de patre umano,
Ma de lo inferno sia quello assassino;
Ben chiariva la istoria il suo gran storno,
Ché ha dame occise e fanciullini intorno.

Undeci millia Padovani al foco
Posti avea insieme il maledetto cane,
Che non se odì più dire in alcun loco
Tra barbariche gente o italïane;
Poi se vedeva là nel muro un poco
Con le sue insegne e con bandiere istrane
Di Federico imperator secondo,
Che la Chiesa de Dio vôl tor del mondo.

Di là le sante chiave, e in sue diffese
L'acquila bianca nel campo cilestro,
E quivi eran depente le contese
E la battaglia di quel passo alpestro;
Ed Azolin se vedia là palese,
Passato di saetta il piè sinestro
E ferito di mazza nella testa,
E' soi sconfitti e rotti alla foresta.