E la faccia seconda era finita
De la gran loggia con lavor cotale.
Ma ne la terza è lunga istoria ordita
De una persona sopranaturale,
Sì vaga nello aspetto e sì polita,
Che non ebbe quel tempo un'altra tale;
Tra zigli e rose e fioretti d'aprile
Stava coperta la anima gentile.

Essendo in prima etate piccolino,
In mezo a fiere istrane era abattuto,
E non avea parente né vicino
Qual gli porgesse per pietate aiuto.
Duo leoni avea in cerco il fanciullino,
E un drago, che di novo era venuto;
E l'acquila sua stessa e la pantera
Travaglia gli donâr più d'altra fiera.

Il drago occise ed acquetò e leoni,
E l'acquila cacciò con ardimento;
A la pantera sì scurtò li ungioni,
Che se ne avede ancor, per quel ch'io sento.
Poi se vedea, da conti e da baroni
Accompagnato, con le velle al vento
Andar cercando con devozïone
La Santa Terra ed altre regïone.

Indi se volse e, come avesse l'ale,
Tutta la Spagna vidde e lo occeàno;
È recevuto in Francia alla reale,
Forse come parente e prossimano.
Error prese il maestro, e fece male,
Ché non dipense come egli era umano,
Come era liberale e d'amor pieno;
Non vi capia, ché 'l campo venne meno.

La terza istoria in quel modo se spaccia;
La quarta somigliava a questo figlio,
Che, essendo fanciullin, fortuna il caccia,
Vago e dipento e bianco come un ziglio,
Di pel rossetto ed acquillino in faccia;
Ma lui sol a virtute diè di piglio,
E quella ne portò fuor di sua casa;
Ogni altra cosa in preda era rimasa.

Là se vedea, cresciuto a poco a poco
Di nome, de sapere e di valore,
Or con arme turbate ed or da gioco
Mostrar palese il generoso core;
E quindi apresso poi parea di foco
In gran battaglia e trïonfale onore.
In diverse regioni e terre tante
Sempre e nemici a lui fuggon davante.

Sopra del capo aveva una scrittura
Che tutta è de oro, e tale era il tenore:
' Se io vi potessi in questa dipentura
Mostrare espressa la virtù del core,
Non avria il mondo più bella figura,
Né più reale e più degna de onore;
A dessignarla non posi io la mano,
Però che avanza lo intelletto umano.'

Or Brandimarte ciò stava a mirare,
Tanto che quella dama venne giù,
La dama che al veron gli ebbe a cennare.
Come fo gionta, disse: - Che fai tu,
Perdendo il tempo a tal cosa guardare,
E non attende a quel che monta più?
A te bisogna quel sepolcro aprire,
O qua rinchiuso di fame morire.

Ma, poi che quel sepolcro serà aperto,
Ben ti bisogna avere il core ardito,
Perché altrimenti seresti deserto,
E te con noi porresti a mal partito. -
Or, bei segnori, io mi credo di certo
Che abbiate a male il canto che è finito,
Ché non aveti al fine il tutto inteso;
Ma a l'altra stanza lo dirò disteso.

Canto ventesimosesto