Il vago amor che a sue dame soprane
Portarno al tempo antico e cavallieri,
E le battaglie e le venture istrane,
E l'armeggiar per giostre e per tornieri,
Fa che il suo nome al mondo anco rimane,
E ciascadun lo ascolti volentieri;
E chi più l'uno, e chi più l'altro onora,
Come vivi tra noi fossero ancora.

E qual fia quel che, odendo de Tristano
E de sua dama ciò che se ne dice,
Che non mova ad amarli il cor umano,
Reputando il suo fin dolce e felice,
Che, viso a viso essendo e mano a mano
E il cor col cor più stretto alla radice,
Ne le braccia l'un l'altro a tal conforto
Ciascun di lor rimase a un ponto morto?

E Lancilotto e sua regina bella
Mostrarno l'un per l'altro un tal valore,
Che dove de' soi gesti se favella,
Par che de intorno il celo arda de amore.
Traggase avanti adunque ogni donzella,
Ogni baron che vôl portare onore,
Ed oda nel mio canto quel ch'io dico
De dame e cavallier del tempo antico.

Ma dove io vi lasciai, voglio seguire,
Di Brandimarte e sua forte aventura,
Qual quella dama di cui vi ebbi a dire,
Avea condotto a quella sepoltura,
Dicendo: - Questa converrai aprire,
Ma poi non ti bisogna aver paura.
Conviente essere ardito in questo caso:
A ciò che indi uscirà, darai un baso. -

- Come! Un baso? - rispose il cavalliero.
- È questo il tutto? Ora èvvi altro che fare?
Non ha lo inferno un demonio sì fiero,
Che io non gli ardisca il viso de accostare.
Di queste cose non aver pensiero,
Che dece volte lo averò a basare,
Non che una sola, e sia quello che voglia;
Orsù! Che quella pietra indi si toglia. -

Così dicendo prende uno annel d'oro,
Che avea il coperchio de la sepoltura,
E, riguardando quel gentil lavoro,
Vide intagliata al marmo una scrittura,
La qual dicea: ' Fortezza, né tesoro,
Né la beltate, che sì poco dura,
Né senno, né lo ardir può far riparo,
Ch'io non sia gionta a questo caso amaro.'

Poi che ebbe Brandimarte questo letto,
La sepoltura a forza disserrava,
Ed uscinne una serpe insino al petto,
La qual forte stridendo zuffelava;
Ne gli occhi accesa e d'orribil aspetto,
Aprendo il muso gran denti mostrava.
Il cavalliero, a tal cosa mirando,
Se trasse adietro e pose mano al brando.

Ma quella dama cridava: - Non fare!
Non facesti, per Dio, baron giocondo!
Ché tutti ci farai pericolare,
E caderemo a un tratto in quel profondo.
Or quella serpe ti convien baciare,
O far pensier de non essere al mondo:
Accostar la tua bocca a quella un poco,
O morir ti conviene in questo loco. -

- Come? Non vedi che e denti digrigna? -
Disse il barone - e tu vôi che io la basi?
Ed ha una guardatura sì maligna,
Che de la vista io mi spavento quasi. -
- Anci - disse la dama - ella t'insigna
Come dèi fare; e molti altri rimasi
Son per viltate in quella sepoltura:
Or via te accosta e non aver paura. -

Il cavallier se accosta, e pur di passo,
Ché molto non gli andava volentiera;
Chinandosi alla serpe tutto basso,
Gli parve tanto terribile e fiera,
Che venne in viso morto come un sasso,
E disse: - Se fortuna vôl ch'io pèra,
Tanto fia un'altra fiata come adesso,
Ma dar cagion non voglio per me stesso.