Così certo fossi io del paradiso,
Come io son certo, chinandomi un poco,
Che quella serpe me trarà nel viso,
O pigliarami a' denti in altro loco.
Egli è proprio così come io diviso!
Altri che me fia gionto a questo gioco,
E dàmmi quella falsa tal conforto
Per vendicare il suo baron che è morto. -

Dicendo questo indietro se retira,
E destinato è più non se accostare.
Or ben forte la dama se martira,
E dice: - Ahi vil baron! che credi fare?
Tanta tristezza entro il tuo cor se agira,
Che in grave stento te farà mancare.
Del suo scampo lo aviso, e non mi crede!
Così fa ciascadun che ha poca fede. -

Or Brandimarte per queste parole
Pur tornò ancora a quella sepoltura,
Benché è pallido in faccia, come suole,
E vergognosse de la sua paura.
L'un pensier gli disdice, e l'altro vôle,
Quello il spaventa, e questo lo assicura;
Infin tra l'animoso e il disperato
A lei se accosta, e un baso gli ebbe dato.

Sì come l'ebbe alla bocca baciata,
Proprio gli parve de toccare un giaccio;
La serpe, a poco a poco tramutata,
Divenne una donzella in breve spaccio.
Questa era Febosilla, quella fata
Che edificato avea l'alto palaccio
E il bel giardino e quella sepoltura
Ove un gran tempo è stata in pena dura.

Perché una fata non può morir mai,
Sin che non gionge il giorno del iudicio,
Ma ben nella sua forma dura assai,
Mille anni, o più, sì come io aggio indicio
Poi (sì come di questa io ve contai,
Qual fabricata avea il bello edificio)
In serpe si tramuta e stavi tanto
Che di basarla alcun se doni il vanto.

Questa, tornata in forma de donzella,
Tutta de bianco se mostra vestita,
Coi capei d'oro, a meraviglia bella:
Gli occhi avea neri e faccia colorita.
Con Brandimarte più cose favella,
E proferendo a dimandar lo invita
Quel che ella possa de incantazïone,
De affatar l'arme o vero il suo ronzone.

E molto il prega che quell'altra dama
Che quivi era presente tuttavia,
Qual Doristella per nome se chiama,
Voglia condur su il mar de la Soria,
Perché il suo vecchio patre altro non brama,
Che più filiol né figlia non avia.
Re de la Liza è quel gran barbasoro,
Ricco de stato e de arme e de tesoro.

Brandimarte accettò la prima offerta
De aver l'arme e il destrier con fatasone,
Poi Doristella, sì come ella merta,
Condurre al patre con salvazïone.
La porta del palagio ora era aperta,
Batoldo avanti a quello era, il ronzone:
Quando del drago il gigante il percosse,
Cadde alla terra, e più mai non se mosse.

E morto là serìa veracemente,
Se Febosilla, quella bella fata,
Soccorso non l'avesse incontinente
Con succi de erbe ed acqua lavorata.
Poscia l'usbergo e la maglia lucente
Ed ogni piastra ancora ebbe incantata.
Da poi ch'ebbe fornita ogni dimanda,
Da lei se parte e a Dio la ricomanda.

In mezo alle due dame il cavalliero
Via tacito cavalca e non favella,
Però che forse aveva altro pensiero;
Onde, ridendo alquanto, Doristella
Disse: - Io me avedo ben che egli è mestiero
Che io sia colei che con qualche novella
Faccia trovar lo albergo più vicino,
Perché parlando se ascurta il camino.