Sobasso era di Bursa il mio marito,
E turcomano fo de nazïone;
Gagliardo era tenuto e molto ardito,
Ma certo che nel letto era un poltrone,
Abenché a questo avria preso partito,
Pur che io gli avessi avuto occasïone;
Ma tanto sospettoso era quel fello,
Che me guardava a guisa de un castello.
E giorno e notte mai non me abandona,
Ma sol de basi me tenea pasciuta,
Né il matino, o la sera, ni di nona
Concede che dal sole io sia veduta,
Perché non se fidava di persona.
Ma sempre a' bisognosi il celo aiuta,
Ché al mio marito fo forza di andare
Con gli altri Turchi che han passato il mare.
Passarno i Turchi contra Avatarone,
Che avea de' Greci il dominio e l'imperio,
E mio marito con molte persone
Convenne andar, non già per disiderio.
Avea egli un schiavo chiamato Gambone,
Che a riguardar proprio era un vituperio;
L'uno occhio ha guerzo e l'altro lacrimoso,
Troncato ha il naso, ed è tutto rognoso.
A questo schiavo me ricomandava,
Che de la mia persona avesse cura,
E con aspre parole il minacciava
De ogni tormento e de ogni pena dura,
Se dal mio lato mai se discostava
Né tutto il giorno, né la notte oscura.
Or pensa, cavallier, come io rimase;
De la padella io caddi nelle brase.
Venne de Armenia in Bursa Teodoro,
Quale io te dissi che cotanto amava,
Per dare a l'amor nostro alcun ristoro;
Ed alla via più presto se attaccava,
Ché portato avea seco assai tesoro,
Onde Gambone in tal modo acquetava,
Che ciascaduna notte a suo diletto
L'uscio gli aperse e meco il pose in letto.
Ora intervenne fuor di nostra stima
Che 'l mio marito gionse avanti al giorno,
Ed alla nostra porta picchiò, prima
Che in Bursa se sapesse il suo ritorno.
Or per te stesso, cavalliero, estima
Se ciascadun de noi ebbe gran scorno,
Io, dico, e Teodoro, il caro amante,
Quale era gionto forse una ora avante.
Incontinente il cognobbe Gambone
Alla sua voce, ché l'aveva in uso,
E disse: "Noi siam morti! Ecco il patrone!'
E Teodoro ancor esso era confuso.
Ma io mostrai del scampo la ragione,
E pianamente lo condussi giuso,
Dicendo a lui: "Come entra il mio marito,
Così di botto fuor serai uscito.
Come sei fuora e ch'èn calati i panni,
Chi avria giamai di questo fatto prova?
Se mio marito ben crida mille anni,
A confessar non creder che io me muova.
Lui dirà brontolando: ' Tu me inganni '.
Trista la musa che scusa non trova!
Se giuramento ce può dare aiuto,
Alla barba l'avrai, becco cornuto!"
Or mio marito alla porta cridava,
Di tanta indugia avendo già sospetto;
E Gambone adirato biastemava
E diceva: "Macon sia maledetto!
Ché de la chiave in mal ponto cercava,
Quale ho smarito alla paglia del letto.
Ecco, pur l'ho trovata in sua malora;
A voi ne vengo senza altra dimora."
Così dicendo alla porta callava,
E quella con romore in fretta apriva;
E, come Usbego, il mio marito, entrava,
Alle sue spalle Teodoro usciva.
Or, mentre che la porta si serrava,
Il mio marito in camera saliva,
Ed io queta mi stava come sposa,
Mostrandomi adormita e sonocchiosa.