E mio marito prese un lume in mano,
Cercando sotto al letto in ogni canto;
Ed io tra me dicea: "Tu cerchi invano,
Ché pur le corne a mio piacer ti pianto."
Di qua di là cercando quel villano
Ebbe veduto ai piè del letto un manto;
Da Teodoro il manto era portato:
Per fretta poi l'avea dimenticato.
Ma come Usbego il manto ebbe veduto,
Grandi oltraggi me disse e diverse onte;
Per ciò non ebbi io l'animo perduto,
Ma sempre li negai con bona fronte.
Ora a Gambone bisognava aiuto,
Il qual mercè chiedea con le man gionte,
E credo che la cosa volea dire;
Ma lui turbato mai nol volse odire.
E già per tutto essendo chiaro il giorno,
Agli altri schiavi lo fece legare,
E a lor commesse che, suonando il corno,
Sì come alla iustizia si suol fare,
Poi che lo avean condotto alquanto intorno
Sopra alla forche il debbano impiccare;
E tutti quei sergenti a mano a mano,
Per far ciò che è comesso, se ne vano.
Ma quel zeloso accolta avia tant'ira,
Che desïava de vederlo impeso;
Tanto l'orgoglio e 'l sdegno lo martira,
Che nol vedendo mai non avria creso,
E ratto a quei sergenti dietro tira;
Ma prima in dosso un tabarone ha preso
E un capellaccio de un feltron crinuto,
Perché dagli altri non sia cognosciuto.
Ora Teodoro, essendo già scappato
E per questo cessata la paura,
Del manto se amentò che avia lasciato,
E cominciò di questo ad aver cura.
Cercando de Gambone in ogni lato,
Lo ritrovò con tal disaventura
Che pegio non può star, se non è morto;
Ma de Usbego ancor fu presto accorto,
Qual dietro gli veniva a passo lento,
Nascoso e inviluppato al tabarone.
Il giovanetto fu de ciò contento,
E con gran furia va verso Gambone;
Un pugno dette al naso e un altro al mento,
E mena gli altri, e diceva: "Giottone!
Ladro! ribaldo! Or va, ché a questo ponto,
Come tu mtrti, alla forca sei gionto.
Ove è il mio manto, di', falso strepone,
Qual me involasti iersera a l'osteria?
Or fusse qua vicino il tuo patrone,
Che ben de l'altre cose gli diria,
E pur voria saper se di ragione
Tu debbi satisfar la roba mia;
E quando io non ne possa aver più merto,
De pugni vo' pagarmi, io te fo certo."
Né avea compite le parole apena,
Che un altro pugno gli pose su il viso,
Sempre dicendo: "Ladro da catena!
Ben ti smacarò gli occhi, io te ne aviso";
E tutta fiata pugni e calci mena,
Sì che la cosa non andò da riso
Per questa fiata al tristo de Gambone,
Benché ciò fusse sua salvazïone.
Perché Usbego, mirando alla apparenza
Del giovinetto che mostrava fero,
Alle parole sue dette credenza,
Come avrian fatto molti de ligiero;
Però che non avea sua cognoscenza,
Né avria stimato mai che un forestiero
Fusse venuto tanto di lontano
Per quello amor che lui stimava vano.
Senza altramente palesarse ad esso,
Fece Gambone adietro ritornare,
E poi secreto il dimandò lui stesso
Ciò che con quel garzone avesse a fare.
Il schiavo, che era un giotto molto espresso,
Seppe la cosa in tal modo narrare,
Che per un dito fo creduto un braccio,
E campò lui, e me trasse de impaccio.