Non creder già che per questa paura
Che era incontrata, io me fossi smarita,
Ma più volte me posi alla ventura
Dicendo: "Agli animosi il celo aita."
E benché sempre uscisse alla sicura,
Non fu la zelosia giamai partita
Dal mio marito, e crebber sempre sdegni,
E pur comprese al fin de' brutti segni.

E di guardarme quasi disperato,
Se consumava misero e dolente,
Sempre cercando un loco sì serrato
Che non se apresse ad anima vivente;
E trovò al fine il palazo incantato,
Ma non vi era il gigante, né il serpente,
Qual ritrovasti alla porta davante:
Questo a sua posta fece un negromante. -

Ragionava in tal modo Doristella
Ed altre cose assai volea seguire,
Ché non era compita sua novella,
Quando vide de un bosco gente uscire,
Ch'è parte a piedi e parte in su la sella:
Tutti erano ladroni, a non mentire.
Ciascaduno di lor crida più forte:
- Colui s'affermi, che non vôl la morte! -

- Stative adunque fermi in su quel prato, -
Rispose a quei ladroni il cavalliero
- Ché, se alcun passa qua dal nostro lato,
De aver bone arme gli farà mestiero! -
Un che tra lor Barbotta è nominato,
Senza ragione e dispietato e fiero,
Gli vien cridando adosso con orgoglio:
- Se Dio te vôl campare, ed io non voglio. -

Quel vien correndo e ponto non se arresta,
Ma verso lui se affronta Brandimarte,
E tocca de Tranchera in su la testa,
E sino al petto tutto quanto il parte.
Ma gli altri a lui ferirno con tempesta,
E se quelle arme non fosser per arte
Tutte affatate, quanto ne avea intorno,
Campato non serìa giamai quel giorno;

Ché tutti quei ladroni aveva adosso.
Non fo mai gente tanto maledetta;
Chi lo ha davante e chi dietro percosso,
E più de colpeggiar ciascuno affretta;
Ma sopra a tutti gli altri un grande e grosso:
Questo era Fugiforca dalla cetta,
Qual, da che nacque, è degno di capestro,
Ma non se può toccar, tanto era adestro.

Costui girando intorno al cavalliero
Con quella cetta spesso lo molesta;
E poi se volta e via va sì legiero,
Che cosa non fo mai cotanto presta.
Salta più volte in groppa del destriero,
E prese Brandimarte nella testa;
Ma come vede che gli volta il brando,
Salta alla terra e via fugge cridando.

Già il cavalliero a lui più non attende,
E sopra a gli altri fa la sua vendetta,
E chi per lungo e chi per largo fende:
Ormai non vi è di lor pezzo né fetta.
Poi dietro a Fugiforca se distende;
Ma quel ribaldo ponto non aspetta,
E de quel corso ben serìa scampato;
Ma fortuna lo gionse e il suo peccato.

Perché, saltando sopra ad una macchia,
Lo prese ad ambo e piedi una berbena,
Come se prende al laccio una cornacchia,
E lei battendo l'ale se dimena,
E tra' del becco e se dispera e gracchia.
Ma Fugiforca non è preso a pena,
Che Brandimarte, qual correndo il caccia,
Gli gionse adosso e ben stretto lo abraccia.

E non lo volse de brando ferire,
Parendo a lui che fosse una viltate,
Ma ben diceva: - Io te farò morire,
Sì come tu sei degno in veritate.
Meco legato converrai venire,
Tanto che io trovi o castello o citate;
E là per la iustizia del segnore
Serai posto alle forche a grande onore. -