E lo amiraglio, che era assai cortese,
Lo fece accompagnar di bona voglia;
E Fiordelisa di nave discese
E molta altra brigata con gran zoglia.
Verso Biserta la strada si prese,
Ed arivarno senza alcuna noglia
Vicino alla citate una matina,
E là fermârsi a canto alla marina.

Dapoi che ebbe donato molto argento
A questi che gli han fatto compagnia,
Coi suoi se ragunò baldo e contento
Sopra una larga e verde prataria,
Ove dal mar venìa suave vento,
Tra molte palme che quel prato avia.
Sotto di queste senza altra tenzone
Fece adricciare il suo bel pavaglione.

Questo era sì legiadro e sì polito,
Che un altro non fu mai tanto soprano.
Una Sibilla, come aggio sentito,
Già stette a Cuma, al mar napolitano,
E questa aveva il pavaglione ordito
E tutto lavorato di sua mano;
Poi fo portato in strane regïone,
E venne al fine in man de Dolistone.

Io credo ben, Segnor, che voi sappiati
Che le Sibille fôr tutte divine,
E questa al pavaglione avea signati
Gran fatti e degne istorie pellegrine
E presenti e futuri e di passati;
Ma sopra a tutti, dentro alle cortine,
Dodeci Alfonsi avea posti de intorno,
L'un più che l'altro nel sembiante adorno.

Nove di questi ne la fin del mondo
Natura invidïosa ne produce,
Ma di tal fiamma e lume sì iocondo,
Che insino a l'orïente facean luce;
Chi avea iustizia e chi senno profondo,
Quale è di pace, e qual di guerra duce;
Ma il decimo di questi dieci volte
Le lor virtute in sé tenea raccolte.

Pacifico guerrero e trïomfante,
Iusto, benigno, liberale e pio,
E l'altre degne lode tutte quante
Che può contribuir natura e Dio.
La Africa vinta a lui stava davante
Ingenocchiata col suo popol rio;
Ma lui de Italia avea preso un gran lembo,
Standosi a quella con amore in grembo.

E come Ercole già sol per amore
Fo vinto da una dama lidïana,
Così a lui prese Italia vinta il core,
Onde scordosse la sua terra Ispana,
E seminò tra noi tanto valore,
Che in ogni terra prossima e lontana
Ciascaduna virtù che sia lodata
O da lui nacque, o fo da lui creata.

Ma l'undecimo Alfonso giovanetto,
Con l'ale è armato, a guisa de Vittoria,
Sì come la natura avesse eletto
Uno omo a possidere ogni sua gloria;
Ché, volendo di lui con dir perfetto
Di ciascuna cosa seguir la istoria,
Avria coperto, non che il pavaglione,
Ma il mondo tutto in ogni regïone.

Pur vi era ordita alcuna eletta impresa
De arme, o di senno, o di guerra, o de amore:
Sì come è Italia da' Turchi diffesa
Per sua prodezza sola e suo valore;
E la battaglia tutta era distesa
Di Monte Imperïale a grande onore,
E le fortezze ruïnate al fondo,
Sì belle che eran di trïomfi al mondo.

Il duodecimo a questo era vicino,
Di etate puerile e in faccia quale
Serìa depinto un Febo piccolino,
Coi raggi d'oro in atto trïomfale.
Ne l'abito sì vago e pellegrino,
Giongendovi gli strali e l'arco e l'ale,
Tanta beltate avea, tanto splendore,
Che ogniom direbbe: "Questo è il dio d'Amore."