Avanti a lui si stava ingenocchiata
Bona Ventura, lieta ne' sembianti,
E parea dire: "O dolce figliol, guata
Alle prodezze de gli avoli tanti,
E alla tua stirpe al mondo nominata;
Onde fra tutti fa che tu ti vanti
Di cortesia, di senno e di valore,
Sì che tu facci al tuo bel nome onore."
Molte altre cose a quel gentil lavoro
Vi fôr ritratte, e non erano intese,
Con pietre prezïose e con tanto oro,
Che tutto alluminava quel paese.
Di sotto al pavaglione un gran tesoro
In vasi lavorati se distese,
De smeraldo e zaffiro e di cristallo,
Che valeano un gran regno senza fallo.
Non vi potrei contare in veritate
Il bel lavoro fatto a gentilezza;
Ninfe se gli vedeano lavorate,
Che eran tanto legiadre a gran vaghezza,
Che meritan da tutti essere amate;
Vedeansi cavallier di tal prodezza:
Quivi erano ritratti a non mentire;
Ma a qual fine, alcun non sapria dire.
Or Brandimarte presto lo abandona,
Come lo vidde a quel campo dricciato;
Sopra a Batoldo la franca persona
Presso a Biserta se appresenta armato,
E con molta baldanza il corno suona.
Ne l'altro canto ve sarà contato
Come il fatto passasse e la gran giostra;
Dio vi conservi e la Regina nostra.
Canto ventesimottavo
Segnori e dame, Dio vi dia bon giorno
E sempre vi mantenga in zoia e in festa!
Come io promissi, a ricontar ritorno
De Brandimarte, che con tal tempesta
Presso a Biserta va suonando il corno
Ed isfida Agramante e la sua gesta,
Dicendo nel suonare: - O re soprano,
Odi mio suono, e nol tenire a vano.
Se non è falsa al mondo quella fama
La qual per tutto tua virtù risuona,
E per valore un altro Ettor ti chiama,
Perché hai de ogni prodeza la corona,
Onde per questo ti verisce ed ama
Tal che giamai non vidde tua persona,
Ed io tra gli altri certamente sono,
Che non te ho visto, ed amo in abandono:
Fa che risponda a ciò che se ne dice,
O valoroso ed inclito segnore,
Della tua corte, che è tanto felice
Che de ogni vigoria mantiene il fiore.
A me soletto in su quella pendice
Provarli ad un ad un ben basta il core;
Ma non so se al pensier cotanto ardito
Mancarà lena, e vengami fallito. -
Stava Agramante in quel tempo a danzare
Tra belle dame sopra ad un verone
Che drittamente riguardava al mare,
Ove era posto il ricco pavaglione.
Odendo il corno tanto ben sonare,
Lasciò la danza e venne ad un balcone,
Apoggiandosi al collo al bel Rugiero,
E giù nel prato vidde il cavalliero.
E stando alquanto a quel sonare attento,
La voce e le parole ben comprese,
E vòlto alli altri disse: - A quel ch'io sento,
Questo di noi ragiona assai cortese;
E certo che me ha posto in gran talento
De essere il primo che faccia palese
Se ponto ha di prodezza o di valore;
Siano qua l'arme e il mio bon corridore. -