Re Pinador lo ringraziava assai,
Come colui che molto fo cortese;
E torna adietro e non se arresta mai,
Sin che il destriero avanti il re discese,
Dicendo: - Alto segnore, io me ne andai
Ove volesti, e dicoti palese
Che la battaglia ch'è sopra a quel piano,
È tra Marsilio e il franco Carlo Mano.
Né so circa a tal fatto il tuo pensiero,
Ma giù non callerai per mio consiglio,
Perché io trovai nel piano un cavalliero
De la cui forza ancor mi meraviglio,
Che il scudo e sopraveste de quartiero
Ha divisato bianco e di vermiglio;
E se ciascun de gli altri serà tale,
Il fatto nostro andrà peggio che male. -
E disse sorridendo il re Sobrino,
Che a questo ragionare era presente:
- Quel dal quartiero è Orlando paladino:
Or scemarà il superchio a nostra gente;
Ben lo cognosco insin da piccolino.
Così Macon lo faccia ricredente,
Come di spada e lancia ad ogni prova
Il più fiero omo al mondo non se trova.
Or saperà se io ragionava invano
Dentro a Biserta, allor che io fui schernito,
Perché io lodai da possa Carlo Mano
E lo esercito suo tanto fiorito.
Traggasi avanti Alzirdo e Pulïano
E Martasino, il quale è tanto ardito,
Ché Rodamonte, alor cotanto acceso,
Per la mia stima adesso è morto o preso.
Tragansi avanti questi giovanetti,
Che mostravano aver tanta baldanza,
E sono usati a giostra, per diletti,
Andar forbiti e ben portar sua lanza.
Ed acciò che altri forse non suspetti
Ch'io dica tal parole per temanza,
Gir vo' con essi, e l'anima vi lasso,
Se alcun di lor mi varca avanti un passo. -
Re Martasino a questo ragionare
De ira e de orgoglio tutto se commosse,
E disse: - Certamente io vo' provare,
Se questo Orlando è un om di carne e de osse,
Poi che Sobrin non lo osa ad affrontare,
Che sin da piccoletto lo cognosse.
Chi vôl callar, se calla alla pianura:
Nel monte aresti chi de onor non cura. -
Così parlava il franco Martasino:
Non avea il mondo un altro più orgoglioso.
Grossetto fu costui, ma piccolino
De la persona, e destro e ponderoso,
Rosso de faccia e di naso acquilino,
Oltra a misura altiero e furïoso;
Onde, cridando e crollando la testa,
Giù de la costa sprona a gran tempesta.
Re Marbalusto il segue e Farurante;
Alzirdo e Mirabaldo viene apresso,
E Bambirago e il re Grifaldo avante.
Né il re Sobrin, de cui parlava adesso,
Mostra aver tema del segnor de Anglante,
Ma più de gli altri tocca il destrier spesso,
E con tanto furore andar se lassa,
Che a Martasino avanti e a gli altri passa.
Né valse de Agramante il richiamare,
Ché ciascaduno a più furia ne viene;
Di esser là giù mille anni a tutti pare,
Come livreri usciti di catene.
Quando Agramante vede ogniomo andare,
Movese anch'esso, e già non se ritiene,
Né pone ordine alcuno alla battaglia,
Ma fa seguire in frotta la canaglia.
Lui più de gli altri furïoso e fiero,
Sopra de Sisifalto avanti passa,
E seco a lato a lato il bon Rugiero,
Ed Atalante, che giamai non lassa.
Contar l'alto romor non fa mestiero;
Ciascun direbbe: "Il mondo se fraccassa."
Trema la terra e il cel tutto risuona,
Cotanta gente al crido se abandona.